A TRIBE CALLED QUEST:  Midnight Marauders (1993)

Titolo:

MIDNIGHT MARAUDERS

 

Artista:

A TRIBE CALLED QUEST

 

Etichetta:  JIVE

 

Anno:  1993

 

Genere:  HIP-HOP

 

Provenienza:  

NEW YORK (USA)

 

Formazione: 

Q-TIP

Alì SHAHEED MUHAMMAD

PHIFE

JAROBI

Il terzo disco del gruppo hip-hop newyorchese esce dopo che i Tribe si sono presi un anno sabbatico per assaporare il successo ottenuto con il precedente The Low End Theory e per dedicarsi a qualche altro progetto (Q-Tip, per esempio, darà l’avvio ad una carriera cinematografica che si rivelerà piuttosto fertile).

Le registrazioni del disco vengono effettuate nei Battery Studios di Manhattan, verosimilmente senza troppa pressione, se è vero che durante la lavorazione trovano il tempo di contribuire all’album 3-D Lifestyles di Greg Osby.  Le indiscrezioni che provengono dagli studios rivelano che i Quest hanno spostato il peso della loro bilancia artistica verso il cd. “freestyling”, che Tom Sinclair (Rolling Stone (USA) no. 660 del 8 luglio 1993) dice che “sta agli artisti rap come l’improvvisazione sta ai musicisti jazz”, e a rafforzare tale assunto si cita il fatto che Q-Tip abbia invitato un teen-ager suo vicino di casa ed ammiratore a partecipare ad un brano.

Certo è che anche nella preparazione di questo disco i Quest confermano la loro paziente e sorprendente capacità di ricerca filologica negli archivi della musica soul e jazz (e non solo) per estrarre i campionamenti che tanto peso hanno nella creazione delle loro atmosfere; nella già citata intervista rilasciata a Tom Sinclair Alì ricorderà che usavano fare le ore piccole ascoltando vecchi dischi alla ricerca del suono ideale da campionare: “potremmo campionare qualsiasi cosa, da Coltrane ad Art Farmer ai Led Zeppelin”.

Quando a novembre esce il disco la recensione di Rolling Stone, a firma Glenn Kenny (Rolling Stone (USA) no. 670 del 25 novembre 1993), è men che tiepida; dopo aver rilevato con rammarico che i Tribe, che al loro esordio avevano puntato su di un rap più votato ai buoni sentimenti ed alle attitudini positive rispetto allo spirito machista e violento del gangsta rap allora imperante, avevano un po’ perso tale caratteristica, scrive: “Ma invece di risultare appassionati, i Tribe appaiono solo nervosi. La musica ha ancora momenti seducenti, ma nulla che si avvicini ai rivelatori stilemi jazz e al disteso cool dei loro lavori precedenti. Purtroppo, lo schizofrenico Midnight Marauders suggerisce che a questo punto la band potrebbe più propriamente farsi chiamare A Tribe Called Flounder (ndt. flounder è termine che indica il comportamento di chi annaspa alla ricerca di un equilibrio)” (voto **)

Di tutt’altro tenore il commento di Ian Mc Cann (Vox no. 39 del dicembre 1993), il quale rovescia la prospettiva del collega: “a rischio di farmi sputare addosso per strada, devo dire che l’ultimo lp degli A Tribe Called Quest, The Low End Theory, non era questa gran vetta. (…) Midnight Marauders è il secondo album che A Tribe Called Quest avrebbero dovuto fare, ma non fecero – disinvolto, secco, pieno d’anima, funky, divertente, stupido, intelligente, fumoso, jazzato e sottile.  Nessun gruppo rap è mai riuscito a chill out tanto rapidamente quanto i Tribe, e se la pietra di paragone diventa Midnight Marauders, nessuno ci riuscirà. (…) Da Steve Biko, attraverso gli interludi parlati dolcemente folli di una voce femminile robotizzata, la pungente Sucka Nigga e il singolo Award Tour, fino alla conclusiva Lyrics To Go, raramente mettono il piede in fallo. Il ritmo si fa progressivamente più pigro, il che costituisce un segnale certo dello scioglimento della tensione del loro ultimo lavoro. In breve, un trionfo in scioltezza.” (voto 8)

A riprova del fatto che la critica musicale non è una scienza esatta, uno dei migliori critici italiani, Alberto Campo (Fare Musica no. 151 del dicembre 1993), è di tutt’altra idea. Lui vede continuità tra The Low End Theory ed il nuovo disco: “Manca l’effetto sorpresa della volta scorsa, benchè il risultato sia comunque di buon livello. Il problema è semmai l’ordine (…): come sopravvivere artisticamente e commercialmente in un ambito soggetto a continui e inopinati rivolgimenti strutturali, nello stile e nei personaggi, qual è quello del rap; come amministrare, cioè, la propria maturità. L’impressione è che non sia sufficiente congegnare musiche eleganti, compassate e compiaciute, così come sono quelle incluse in Midnight Marauders, per rendere visibile la propria presenza, tanto più se anziché l’arma dell’aggressività si usa quella dell’ironia.” 

Positiva anche la recensione di Fanutti (Rockerilla no. 161 del gennaio 1994), che dopo aver saccheggiato a piene mani l’articolo di Sinclair su Rolling Stone (da noi citato, da lui no…), scrive: “Midnight Marauders progredisce ulteriormente su questa strada libera da preconcetti e costrizioni, certo confortato dalla miriade di echi e rimandi di creatività spumeggiante che la scuola hip-hop ha lanciato e sta lanciando in questi ultimi tempi” e poi, più utilmente, si dedica alla ricerca dei campionamenti: “Chicche come Aquarius nella versione di Cal Tjader a sottolineare la presentazione dell’album, oppure We Gettin’ dall’unico album di Weldon Irvine (Cosmic Vortex, 1974, in Award Tour) o ancora Inside My Love di Minnie Ripperton (contenuta in Lyrics To Go); ma anche pezzi da novanta come Hand Clapping Song dei Meters (nella superatomica Clap Your Hands), Who’s Gonna Take Weight eseguita da Kool & The Gang (nella contagiosa Oh My God) e Feel Like Makin’ Love suonata da Roy Ayers (in Keep It Rollin’)” 

Molto positiva la recensione di Nathan Brackett su Musician no. 183 del gennaio 1994: “L’approccio dei Tribe Called Quest alla sezione ritmica è ingannevolmente semplice. Midnight Marauders inizia con una voce femminile computerizzata che avverte l’ascoltatore che tutte le canzoni dell’album vanno al ritmo di 95 battute al minuto. (…) E’ notevole che la singolarità ritmica del complesso non susciti mai noia. I temi vari e sofisticati di Marauders catturano l’attenzione anche quando la ritmica vi culla facendovi ciondolare la testa. (…) I Quest hanno lasciato che il loro groove facesse il proprio corso, un altro album così sarebbe eccessivo. Ma ciò che è eccitante è che i Quest hanno i numeri per portare le proprie idee ad un altro livello.  Aspettatevi il massimo dai progetti futuri e intanto godetevi questo disco.”

Negativo invece il giudizio di Stefano Mongardini per il Mucchio Selvaggio no. 194 del marzo 1994: “Con Midnight Marauders il suono di Davis, Muhammad e Taylor torna ad essere più articolato ma a mio avviso tale cambiamento non corrisponde ad un’evoluzione in quanto affonda nel pantano dei luoghi comuni del genere, soprattutto per quanto riguarda le parti vocali che spesso giocano a quel ‘call and response’ che nell’album precedente i Quest avevano in parte abbandonato. Dal punto di vista musicale invece il trio continua l’esplorazione nei territori jazz con particolare attenzione, in questo loro terzo lavoro, per un’impronta ipnotica dell’apparato sonoro ed una scelta dei campionamenti che tende a sottolineare questo aspetto. (…) Rispetto ad un capolavoro dell’hip-hop minimale quale The Low End Theory, Midnight Marauders è sicuramente di una spanna inferiore.”

Personalmente, ho trovato una sostanziale continuità, nella normale evoluzione artistica, tra questo disco e quello precedente.  La trovata della voce femminile finto-robotizzata che cuce alcuni episodi del disco è piacevole, anche se non nuovissima (la aveva già usata, ad esempio, Frank Zappa su Joe’s Garage), e ancora una volta la generale monotonia del genere viene, di tanto in tanto, riscattata da qualche atmosfera (perlopiù campionata) di stampo jazz o soul.  Per il vostro I-Pod selezionerei Steve Biko, Midnight, Electric Relaxation, Keep It Rollin’ e The Chase part 2.

E’ comunque, a mio modo di vedere, il miglior disco dei Tribe; ma non essendo un appassionato del genere non vado oltre un 6,5.

 

ROBERTO CAPPELLI

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