A TRIBE CALLED QUEST:  The low end theory (1991)

Titolo:

THE LOW END THEORY

 

Artista:

A TRIBE CALLED QUEST

 

Etichetta:  JIVE

 

Anno:  1991

 

Genere:  HIP-HOP

 

Provenienza:  

NEW YORK (USA)

 

Formazione: 

Q-TIP

Alì SHAHEED MUHAMMAD

PHIFE

JAROBI

E’ il secondo disco per il combo newyorchese, che con il primo People Instinctive Travels, uscito nel 1990, è andato ad ingrossare le fila della nuova ondata rap, meno violenta e aggressiva e più consapevole politicamente e socialmente della generazione che la ha preceduta: nel folto gruppo, che comprendeva gente come i De La Soul, Queen Latifah e i Jungle Brothers e che sarà collettivamente identificato come Native Tongues, i Tribe giocano il ruolo dei più maturi e intellettuali (sempre nei limiti in cui tale qualificazione si può applicare ad un genere popolare quant’altri mai).

The Low End Theory è un album meno ammiccante rispetto al disco d’esordio, e tuttavia, a conferma del gradimento del pubblico per una proposta più matura, diventa disco d’oro, superando abbondantemente le vendite di People’s Instinctive Travels.  Il singolo che ne viene estratto, Scenario, certamente meno immediato rispetto a Can I Kick It, che aveva trascinato il primo disco, si ferma al no. 57 della classifica USA.

Nella sua recensione su Rockerilla Alberto Campo continua a coltivare le perplessità che avevano accompagnato la sua accoglienza al primo disco: “Il trio newyorchese ha concepito questa volta un disco assai più composto nello stile, maturo verrebbe voglia di dire. Le cose sono state fatte per bene, selezionando grooves jazzistici appropriati, rinforzando i beats col campionamento di vere cadenze di batteria e sinuose frasi di contrabbasso. (…) Il fatto è che, ascoltando The Low End Theory se ne ammira l’idea, ma non se ne gusta l’azione. (…) Tanto concentrato sulle proprie argomentazioni da concedersi poco sul piano della comunicativa spicciola, The Low End Theory è un disco un po’… noioso.” (Rockerilla no. 135 del novembre 1991)

Tutt’altro tono ha la recensione di Paolo Ferrari su Velvet: “The Low End Theory è serio, lineare, inquietante, intriso di jazz suonato, campionato o mentale, e denso di un groove impressionante per qualità e continuità. (…) The Low End Theory è un disco magnifico per suono e coraggio. Rivendica il diritto del rap a essere apprezzato anche quando non ha lo scopo immediato di divertire i bianchi.” (Velvet no. 11 del novembre 1991)

Il mio giudizio è viziato dalla mia scarsa simpatia per il genere: condivido l’idea che, al fondo, domini una certa sensazione di noia e ripetitività.  Il gioco di cercare di riconoscere l’origine dei campionamenti esaurisce presto il proprio interesse e gli unici brani che si elevano sopra la media sono proprio quelli in cui i campionamenti, in genere molto ben scelti, escono dal ruolo di mero contrappunto per impregnare l’atmosfera del pezzo: penso, in particolare, a Excursions, Butter, Vibes And Stuff, Jazz e What? 

Forse se fossi amante del genere sarei di manica più larga, ma non lo sono, quindi non vado oltre un 6 che tiene conto del valore sociale del disco.

 

Voto: 6

                                                    Roberto Cappelli

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