A FLOCK OF SEAGULLS:  The Story of a young heart (1984)

Titolo:

THE STORY OF A YOUNG HEART

 

Artista:

A FLOCK OF SEAGULLS

 

Etichetta:  JIVE

 

Anno:  1984

Provenienza:  Liverpool (UK)

Genere: New Wave - Dance

Formazione tipo:  

Mike SCORE (voce, chitarra)

Paul REYNOLDS (chitarra)

Frank MAUDSLEY (basso)

Ali SCORE (batteria)

E’ la terza prova degli A Flock Of Seagulls, dopo l’esordio omonimo, che gettò le basi della loro fortuna americana, e il secondo, meno convincente, Listen.  Preceduto dall’ottimo singolo “The More You Live, The More You Love”, uscì nell’autunno del 1984; era un periodo di transizione dal punto di vista musicale, dai fasti ormai ingialliti del rock anni settanta verso la new wave, passando dal punk.

 

Gli AFOS erano un gruppo senza grandi pretese e questo non gli poteva essere perdonato dalla critica europea; al contrario, gli USA, meno calvinisti degli inglesi, seppero valorizzarne la dimensione divertita e divertente, premiando la loro naturale capacità melodica e tributandogli un successo persino esagerato (certamente venne giudicato tale dalla stizzita stampa inglese).

 

Non stupisce, quindi, che The Story Of A Young Heart abbia subito una impressionante sequela di stroncature, ben al di là dei propri demeriti.  In realtà il disco è leggero e piacevole, con più di una melodia capace di imprimersi nella memoria, anche se viziato da qualche eccessiva ripetitività e talvolta incapace di fermarsi al di qua della sottile linea che divide l’enfasi dal cattivo gusto.

 

Se nel vostro i-Pod c’è spazio per un solo pezzo, suggerirei di scaricare “The More You Live, The More You Love”, la più felice sintesi dell’intuito degli AFOS per la melodia accattivante, con le chitarre in vibrato sotto il canto che si allargano sul ritornello per poi andare in assolo.

 

Se vi rimane spazio, potete aggiungervi “Never Again”, secondo singolo tratto dall’album, molto ben costruito e con un'altra linea musicale che si lascia canticchiare dopo un paio di ascolti; e poi “Remember David”, con un buon crescendo iniziale ed un ammirevole controllo del brano anche a ritmi più alti; la più rockeggiante “Heart Of Steel”, nella quale le tastiere volano all’interno del brano come uccelli impazziti dentro una voliera; e, infine, “Suicide Day”, ennesima dimostrazione della loro capacità coloristica. 

 

Gli AFOS avevano soprattutto una discreta capacità di assemblare gli strumenti sulla tavolozza sonora, tirandone fuori delle melodie facili e che si lasciano ricordare, anche se non di gusto persistente.  Per i vostri momenti spensierati.

 

Voto: 6

 

                                                                                                                            ROBERTO CAPPELLI

 

 

“Nove brani eseguiti senza particolare enfasi, dosato connubio tra tastiere e chitarre, qualcuno saprebbe riconoscerli tra gli altri mille della produzione inglese odierna? Solito uso dell’elettronica, giri di chitarra abbastanza scontati, base ritmica affatto trascinante, prestazione vocale del buon Mike Score assolutamente impersonale: queste, in breve, le maggiori pecche della band, e non sono certo di scarsa rilevanza.”

 

                                                                            Marco Morganti, su Ciao 2001, no. 42 del 21 ottobre 1984

 

 

“Poca sostanza tra i solchi di una prova tiepidina. (…) Questo album ha davvero pochi momenti felici: The Story Of A Young Heart, canzone di apertura e che dà titolo all’album, è monotona e rabberciata, The More You Live The More You Love, già pubblicata come singolo nella passata primavera, non supera la sufficienza; invece c’è un cambiamento di atmosfera piuttosto felice in Remember David, moderna e con un uso sofisticato delle tastiere, e in Over My Head, anche questa a seguire tendenze più coinvolgenti e spinte.”

 

                                                                Maria Laura G. Giulietti su Ciao 2001, no. 43 del 28 ottobre 1984

 

 

“A Flock Of Seagulls, ovvero la mediocrità avvincente. (…) Non c’è niente di nuovo ed utile, tranne la produzione di Steve Lovell: molta melodia (banale), ritmica in primo piano (indispensabile), qualche suono azzeccato secondo la ricetta elettronica, voci accurate e impersonali, sintetizzatori e chitarre elettriche piacevoli, una mediocrità esaltante, un esercizio di indiscutibile abilità professionale. E’ tutto.”

 

                                                                                Stefano Bonagura su Rockstar, no. 50, novembre 1984

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