John ABERCROMBIE: biografia e discografia

John Abercrombie vide la luce a Port Chester, nello stato di New York, il 16 dicembre 1944; la famiglia ben presto si trasferì a Greenwich, nel Connecticut, dove John crebbe e dove sviluppò il suo amore per la musica.  

L’incontro con la chitarra risale alla fine degli anni cinquanta, quando John aveva tredici anni. Lui stesso ha raccontato la sua formazione musicale in varie interviste: “Negli anni ’50 c’era un sacco di musica suonata con la chitarra: c’era la musica country e il rock’n’roll e quella è la prima musica che ho ascoltato.  Mi piaceva il suono della chitarra elettrica.  Non era tanto la musica: era proprio il suono della chitarra che mi prendeva. Quando ero giovane ascoltavo il rock’n’roll, gente come Chuck Berry, Bo Diddley e Elvis Presley. Non so quanto mi abbiano veramente influenzato, ma quella era la musica che ascoltavo, così, naturalmente, cercavo di copiare tutto quel rock’n’roll anni cinquanta.  

Più tardi ho cominciato ad ascoltare di tutto. Grazie ai dischi ho scoperto Barney Kessel, Wes Montgomery e Kenny Burrell e tutti gli altri famosi musicisti degli anni cinquanta. I due che mi hanno influenzato di più sono stati Wes Montgomery e Jim Hall.  Quando li ho sentiti suonare, mi sono reso conto che suonavano in modo completamente diverso da un sacco di altri musicisti dell’epoca, e a me il loro modo di suonare piaceva di più.  In qualche modo sembrava più melodico, più lirico, c’era più respiro.

Anni dopo fui colpito dall’ascolto del chitarrista ungherese Gabor Szabo che suonava con Chico Hamilton.  Suonava con uno stile più libero e mi piaceva veramente. Quando Larry Coryell fece la sua comparsa sulla scena musicale, suonava in modo così diverso, utilizzando influenze rock e country e distorsioni come non ne avevo mai sentite.  Poi venne John Mc Laughlin e quella generazione di chitarristi, ma le mie influenze sono centrate intorno a Wes Montgomery e Jim Hall perchè credo che abbiano cambiato direzione alla chitarra jazz e abbiano stabilito lo standard.  Ho cercato di suonare come loro per anni, poi mi sono reso conto che non ci sarei riuscito e ho rinunciato, ma la loro influenza su di me è rimasta molto forte.  Ma probabilmente sono stato influenzato da qualsiasi chitarrista che abbia mai preso la chitarra in mano.

Ci sono stati anche molti altri musicisti, non solo chitarristi: sono stato molto influenzato da Bill Evans, il pianista, Miles Davis, Coltrane e Sonny Rollins, anche da Art Farmer – più o meno chiunque abbia suonato.  Non credo di ricordare qualcuno di quel periodo che non mi piacesse.

Erano più anziani e molto migliori di me, così sapevo che se avessi voluto imparare il jazz avrei dovuto ascoltare questa gente.  Non era studio come andare a scuola, era più ascoltare dischi, cercare di maturare veramente il feeling per la musica, e sono stato molto fortunato perchè ero abbastanza giovane e ho avuto modo di ascoltare tanti di questi musicisti suonare dal vivo, e respirare la cultura e l’atmosfera; questo è qualcosa che oggi non si può più fare, perchè la maggior parte di questi musicisti sono scomparsi: li puoi solo ascoltare nei dischi.” (3/5)

La passione per la chitarra condusse Abercrombie a frequentare il prestigioso Berklee College of Music di Boston dove si laureò nel 1967. “Andai a Berklee nei primi anni sessanta, quando la scuola era aperta da poco e quindi non c’era ancora la fusion. Non si usava molto mescolare differenti generi musicali a quel tempo, quindi il jazz era una sorta di jazz puro.” (5)

Durante gli studi suonava in piccoli locali di Boston (all’occorrenza anche il basso) spesso con un’organista chiamato Johnny “Hammond” Smith, con un repertorio fatto di standard, blues e jazz tradizionale. Con Johnny Hammond fece anche la prima esperienza in sala di registrazione, che ricorda di aver affrontato con autentico terrore: “Johnny mi aveva parlato di questa sessione di registrazione, ma mi aveva detto che alla chitarra avrebbe suonato George Benson: “mi dispiace, ma sai, ho bisogno di un grosso nome”; poi, durante un concerto, venne da me e mi disse: “George non può suonare, tocca a te.” Così, in qualche modo, stavo sostituendo George, che era una cosa impensabile. George era molto famoso ed era sulla cresta dell’onda, e io no. Ma poi mi divertii. Registrammo con due sole tracce, nessuna sovraincisione: si cominciava e, boom, si faceva tutto dal vivo.  Ho ancora una copia di quel disco, ma è da tanto tempo fuori catalogo.” (4)

Altra esperienza seminale di quegli anni, e forse vero e proprio avvio della sua carriera, fu la cooptazione nei Dreams, gruppo in cui suonavano Billy Cobham e i Brecker Brothers. Abercrombie partecipò alla incisione del loro primo disco ma all’epoca Cobham stava tracciando una strada di forte ibridazione tra la musica jazz e quella rock più raffinata (non a caso avrebbe fatto concerti anche assieme ai Doobie Brothers), e questo indirizzo poco ortodosso di fusion ante-litteram lo allontanò dal gruppo.

Nel 1970, si trasferì a New York per suonare con Chico Hamilton. A New York iniziò un’intensa attività di session man e turnista e prese anche a scrivere qualcosa di suo.  Molti anni dopo, nel parlare del suo rapporto con la composizione, ricordò quel periodo: “Una volta qualcuno dopo un concerto chiese notizie a Ralph Towner di una bella canzone, dicendo “devi averla scritta in qualche posto bello e sereno come il mare o un lago o la montagna” e Ralph rispose “no, la ho scritta in una stanza d’albergo a Detroit”. Adoro questo aneddoto, perchè fa capire che l’ispirazione deve venire da dentro. Ho scritto un sacco di musica quando vivevo a Manhattan in un appartamento buio. Non c’era luce, non c’era vista, solo la colonna dell’ascensore o la tromba delle scale sul retro. Così l’ispirazione doveva venire da qualcos’altro e in genere per me arrivava da quello che ascoltavo.

Qualche volta sento la musica nella mia testa, ma il più delle volte comincio a suonare la chitarra e da lì si sviluppa qualcosa. Scrivo anche al piano. Se scrivo qualcosa alla chitarra in genere viene più naturale perchè è il mio strumento, ma sul piano trovo cose che non troverei mai sulla chitarra perchè per me è nuovo. Se scrivo al piano, poi ci metto un po’ ad adattarlo per la chitarra.  Devo pensare a come lo suonerei sulla chitarra. Come mi piacerebbe sentire suonata questa canzone?” (3)

L’occasione di avviare una discografia in proprio arrivò grazie a Manfred Eicher, patron di una delle più longeve e raffinate etichette musicali del jazz e dintorni, la ECM. “Quando ho cominciato nessuno faceva dischi solisti a meno che non fosse invitato a farlo perchè nessuno poteva permettersi di andare in studio – bisognava farlo con una casa discografica. Di solito succedeva perchè qualcuno ti raccomandava.  Manfred mi offrì la chance di fare il mio disco nel 1973 e io colsi quella opportunità” (3)

Le registrazioni occuparono due soli giorni, nel giugno del 1974; Abercrombie entrò nei Generation Sound Studios di New York in classica formazione triangolare con due eccellenti compagni di strada, quali il tastierista Jan Hammer ed il batterista Jack De Johnette.

Il disco fu pubblicato nel 1975 con il titolo di Timeless, e fu certamente un ottimo esordio.  Due delle sei composizioni portavano la firma di Jan Hammer, la bellissima Lungs e Red And Orange (nella quale riecheggiano i temi che in quello stesso periodo di tempo Jan Hammer stava elaborando con un altro grande chitarrista di area rock, Jeff Beck).  Cambiano i climi musicali, dalla sognante Love Song, piano e arpeggio di chitarra classica romanticamente pizzicato da Abercrombie, alla atmosferica Timeless (con Lungs il brano più bello), con meditativa divagazione del chitarrista in ambiente notturno, fino alla già citata, Red And Orange, decisamente più sperimentale, ma l’impianto generale è molto coerente, basato su dei lunghi dialoghi tra la chitarra e gli altri strumenti che, a turno, si esercitano in degli assolo.

Timeless fu il primo mattone di un edificio ancora in costruzione, sia perché oltre quaranta anni dopo Abercrombie ancora pubblica lavori con una certa regolarità, sia – e questo è ancor più notevole – perché continua a pubblicarli con la ECM.  Esempio di reciproca fedeltà con scarsissimi emulatori nel music biz. La ECM, fucina di eleganti e innovative proposte, rispetto ad una major costringe a qualche limitazione di mezzi, ma Abercrombie si adatta: “Alla ECM hanno una politica sui generis: sono flessibili, ma in pratica hai due giorni per registrare l’album e un giorno per missarlo. Lavorare con Manfred Eicher non è perfetto, ma è molto vicino alla perfezione perchè lui è veramente un grande produttore. E’ molto presente, gli piace essere coinvolto. Non si limita a stare seduto lì, dà un sacco di consigli, diventa come un membro aggiunto della band, specie riguardo a come le cose vengono registrate. Lo conosco da tanto tempo che sono molto rilassato con lui, ma non ha un carattere facile, è molto esigente e ha idee molto forti.” (4/5)

In quel 1974 che vide il suo debutto Abercrombie suonò anche in Italia, a Umbria Jazz, nell’orchestra di Gil Evans.  Anche grazie alla collaborazione con Enrico Rava (ha suonato in tre dischi del trombettista genovese) il chitarrista è stato spesso ospite del nostro paese, che ha girato in tournèe, tra gli altri, con Gato Barbieri, Jack DeJohnette.

Il successore di Timeless uscì l’anno successivo sotto il titolo di Works.  Poi Abercrombie costituì i Gateway con DeJohnette e Dave Holland, con i quali pubblicò due album (Gateway del 1975 e Gateway 2 del 1976). In mezzo, Abercrombie aveva pubblicato Sargasso Sea con un altro chitarrista jazz, il pacato Ralph Towner.

Interrotta l’esperienza Gateway (che sarà ripresa vent’anni dopo), Abercrombie passò ad una più tradizionale formazione a quattro con la quale pubblicò tre album (Arcade, Abercrombie Quartet e M); in un’intervista ha commentato che l’esperienza fu particolarmente importante perchè “fu la mia prima opportunità di essere veramente il leader di una band e di scrivere con continuità per uno stesso gruppo di musicisti” (2).

Recensendo Arcade (1979), Mario Luzzi scrisse: “Le qualità più evidenti di Abercrombie, ampiamente illustrate in questo album, risiedono in un romanticismo direi astratto, in una diteggiatura limpida e soprattutto in una libertà armonica densa che pochi personaggi nuovi della chitarra hanno.” (6)

Chiuso anche questo ciclo, Abercrombie si concesse qualche digressione, come un nuovo disco in coppia con Ralph Towner.  L’album, registrato nel 1981 nei Talent Studios di Oslo e uscito nel 1982, si intitola Five Years Later, ad indicare il tempo trascorso dal precedente Sargasso Sea.  La accoppiata era bene assortita, con Abercrombie che si divertiva ad armeggiare con strumentazione varia (anche una chitarra mandolino!) e Ralph Towner che si concentrava sulla chitarra classica e quando proprio voleva essere trasgressivo si concedeva una dodici corde. Commentando il disco scrisse Antonio Orlando: “Dividendosi a metà anche il peso della composizione i due hanno sviluppato il loro estro creativo con una eccitante alternanza di parti soliste e di accompagnamento. La combinazione prende così forma non tanto nell’omogeneità del fraseggio (in quanto ciascuno rimane perfettamente ancorato al proprio gusto) ma in un più diffuso senso complessivo del lavoro che va a scavare spazi sonori inusuali, in una ricerca quasi psicoanalitica di richiami sonori inconsci e realtà sotterranee. Le chitarre, private di inutili tracotanze rock e di quell’inconsistenza decaffeinata tipica del jazz, reinventano uno spazio diverso per se stesse, sintetizzando un linguaggio nuovo e gli echi delle diverse tradizioni sono evidenti ma perfettamente amalgamati.  Tutto questo con grande varietà della proposta: a tratti l’improvvisazione si ingarbuglia in frenetici duetti, altre volte si distende su melodie eteree di intensa liricità, questi ultimi sono forse gli episodi più riusciti.” (7)

A conferma della teoria della ciclicità della vita, nel 1984 Abercrombie dà alle stampe Night, un disco che ripresenta il trio dell’album d’esordio, con Jack DeJohnette e Jan Hammer, sontuosamente integrato da un altro dei suoi iniziali compagni di strada, il sassofonista Mike Brecker.  In occasione dell’uscita dell’album Claudio Sessa, su Music, traccia un interessante ritratto del chitarrista – del quale riproduciamo un ampio stralcio - in cui le ombre sembrano prevalere sulle luci: “Dalle sue collaborazioni appare abbastanza chiaro che Abercrombie è interessato ad un jazz facile, non necessariamente nel senso deteriore del termine: un jazz ritmico ed esuberante, solare, aperto alle proposte dell’elettronica e del rock. Ma il chitarrista cita fra i suoi maggiori ispiratori Jim Hall e Bill Evans, cioè due campioni di un jazz intellettuale, introverso, sfumato e cameristico; e infatti, soprattutto nei suoi lavori, questa dimensione è decisamente in primo piano, nella formazione strumentale e nella struttura dei brani.  Sulla carta, dunque, Abercrombie sembra un personaggio decisamente stimolante. Ma le realizzazioni sono quasi sempre inferiori alle aspettative. (…) 

Il timbro, per cominciare. Se la chitarra elettrica riduce rispetto a quella acustica l’umanità del pizzicato, permette però un’infinita quantità di manipolazioni elettroniche. (…) Abercrombie, invece, mantiene costantemente un caratteristico riverbero, che certo lo rende immediatamente identificabile, ma a scapito di una varietà che non dispiacerebbe. Anche perchè (e questo è evidentemente un parere personale) quel riverbero associato ai suoi moduli stilistici, annoia rapidamente. 

Poi l’uso degli spazi. (…) Abercrombie usa le pause sempre e solo per tirare mentalmente il fiato. Anche qui, dopo qualche frase, sappiamo già dove il nostro chitarrista vuole andare a parare. E poi, sarà un’impressione, ma più l’assolo si allunga e più durano le pause… Come se Abercrombie avesse bisogno di pensare sempre più alla prossima idea.

Ancora: le improvvisazioni sul tema. (…) L’uso delle dissonanze di Abercrombie ricorda quello che ne fa Pat Metheny: intervalli non troppo bruschi, per non sconcertare l’ascoltatore, ed insistenza sullo stesso tipo di dissonanze per stare sempre (per così dire) di fianco agli accordi di partenza, che rimangono grosso modo in vista. Ma Metheny è comunque molto più agile e creativo in questa operazione di compromesso; Abercrombie, invece, persegue un po’ ottusamente questa estetica.

Si potrebbe continuare, ma mi pare che il quadro sia stato tracciato. Abercrombie è un musicista molto ferrato tecnicamente, ma troppo meccanico. E’ come se avesse deciso a tavolino, anni fa, come dovesse apparire al proprio pubblico, ed ogni sera ripassasse le istruzioni per l’uso. Certo, queste istruzioni le ha inventate lui, e dunque il suo sound è personalissimo: ma questa non è altro che la dimostrazione che non basta essere personali per essere dei grandi artisti.” (8)

Nonostante il giudizio complessivo sul musicista sia tutt’altro che esaltante, a Sessa Night non è dispiaciuto: “Il nuovo album Night fa decisamente centro, risultando uno dei più riusciti del chitarrista. La miscela degli stili e dei timbri funziona, soprattutto sui brani ritmicamente più ricchi, cioè l’iniziale Ethereggae, il tre quarti 3 East e Look Around, dai cambi di tempo quasi mingusiani. Insomma, una pozione di ingredienti saporita e divertente.” (8)  

Ugualmente lusinghiero il giudizio di Maurizio Favot: “Abercrombie, che negli anni è andato lentamente modificando il suo stile inizialmente sin troppo imbevuto d’una spigolosa mistura di Hendrix, B.B. King e John Coltrane, esibisce oggidì mano gentile e fraseggio elegante, pur non disdegnando l’uso frequente di abbellimenti e storture d’elettronica origine. La sua parabola stilistica ha fatto sì che molti suoi vecchi album risultassero troppo ruvidi, e quelli recenti un po’ soporiferi.  Tutto ciò non accade in Night: il chitarrista sembra aver raggiunto un invidiabile equilibrio, la percussione secca e precisa di DeJohnette è, come al solito, perfetta; Jan Hammer è, in questa occasione, abbastanza misurato e lontano dagli effettismi di molte sue prove recenti (un brano di sua composizione, Ethereggae, che apre il LP, risulta proprio delizioso)… E poi c’è Mike Brecker. La splendida voce del sassofonista di Philadelphia nobilita tutti i brani dell’album, con punte di particolare ispirazione in Look Around, Believe You In Me e Night. Dopo tanti anni di onorata carriera e decine di dischi incisi, Abercrombie ci offre stavolta la sua prova più bella e matura.” (9)

E anche Gianfranco Salvatore su Faremusica spende qualche buona parola per il chitarrista americano, alternata a riserve più o meno esplicite. Dopo aver sottolineato che Abercrombie, che era stato fonte di ispirazione per Metheny, ora sembra guardare lui allo stile di Metheny, prosegue: “Francamente preferisco i brani dove Abercrombie rimane più fedele a sè stesso, come Four On One, in cui spicca un pregevole duetto a tempo veloce del leader con la batteria di Jack DeJohnette e dove il chitarrista recupera quell’aria frizzante di hard-bop rivisitato che si respirava nell’ottimo album da lui inciso insieme a John Scofield.  Il disco, comnunque, si fa ascoltare con piacere anche per le uscite di Mike Brecker (…). Le fusion vere e proprie sono tentate solo nel brano Ethereggae del tastierista Jan Hammer: l’uno e l’altro (il brano e il tastierista) non rappresentano il meglio del disco, ma sembrano testimoniare un interesse di Abercrombie ad avvicinarsi alle altre musiche nere. Abercrombie è un chitarrista interessante e di vasti orizzonti e svegliarsi da una certa bianchissima sonnolenza non gli farebbe male.” (10)

Nell’album, effettivamente, non si registrano novità di rilievo rispetto ai risaputi modelli espressivi di Abercrombie: serrati dialoghi tra gli strumenti che di volta in volta ricoprono il ruolo solista (Ethereggae con Abercrombie, Hammer e Brecker; Believe You Me con un sincopato Brecker che si alterna al nervoso drumming di Dejohnette; Look Around con ancora la chitarra e il sax sugli scudi) e spesso una frase melodica di partenza che, con un procedimento quasi sinfonico, ritorna poi più volte a sancire il passaggio da un assolo all’altro (tipica, in questo senso, la struttura di 3 East). Il tutto completato da qualche ballata più lenta, come ad esempio Night: si potrebbe eccepire sulla banalità del temino notturno, ma l’esecuzione affidata al sax e al piano, con pochi interventi della chitarra e solo un vibrato percuttivo, è talmente affascinante da far presto dimenticare quanto sia scontata.  Insomma, il disco, come quasi tutti i lavori di Abercrombie, si lascia ascoltare volentieri, ma non si viene certo sorpresi dal genio di Abercrombie e, anzi, semmai si viene colpiti dal cambio di passo della qualità creativa quando alla frase della chitarra subentra il respiro del sax di Brecker (quasi impietoso il confronto su Look Around).

Nella seconda metà degli anni ottanta Abercrombie ritornò ad una formazione a tre, composta da Marc Johnson (bs) e Peter Erskine (bt), che produsse altri tre dischi (Current Events nel 1985, Getting There nel 1987 e il live John Abercrombie, Marc Johnson & Peter Erskine nel 1988).  La musica si fece più sperimentale, anche perchè JA aveva molto approfondito l’uso del synth e, da ultimo, era passato alla chitarra sintetizzata. “Ho speso molto del mio tempo imparando a programmare i primi synth. Io avevo un Roland, e passavo ore a programmare e combinare suoni differenti, cercando di creare i miei piccoli suoni, che poi avrei usato per scrivere canzoni. Poi cominciai a sperimentare con i sintetizzatori da chitarra e iniziai ad aggiungere moduli al mio strumento. Alla fine, quando incidemmo Getting There, in studio avevo tastiere appese alla mia chitarra, avevo la chitarra synth della Roland, avevo tanta di quella roba! L’album dal vivo Abercrombie, Erskine and Johnson fu probabilmente l’ultima occasione nella quale usai la chitarra synth.  Un giorno decisi che ero stanco di quelle sonorità, ero stanco dei problemi con l’elettronica – non c’era nulla che funzionasse veramente bene.  Non sono mai tornato ad usarli, ma devo dire che mi ci sono divertito.” (3)

Maurizio Favot, che, come visto, non aveva risparmiato critiche ad Abercrombie in passato, apprezzò senza riserve il primo episodio di questo nuovo periodo, Current Events: “Il disco è molto bello e vede per la prima volta il leader alle prese con una chitarra sintetizzatore, che usa con grande gusto e discrezione: i brani di apertura delle due facciate sono dedicati alla esplorazione delle possibilità cromatiche dello strumento e costituiscono gli episodi più immediatamente godibili dell’album.  Ma Abercrombie deve aver avvertito qualche remoto senso di colpa, giacchè si presenta, in altri tre brani, anche nella desueta veste di chitarrista acustico, con risultati parimenti brillanti: in Ralph’s Piano Waltz il trio assume addirittura sapori evansiani (e la presenza di Marc Johnson, ex collaboratore del grande pianista scomparso, rafforza l’impressione). Non parliamo poi di Alice In Wonderland, in cui John suona la sua abituale, normalissima chitarra elettrica: la famosa canzone di Sammy Fain e Bob Hillard era proprio uno dei cavalli di battaglia del trio Evans – La Faro – Motian ai tempi del Village Vanguard…” (11) 

La recensione di Filippo Bianchi su Fare Musica riecheggiava diversi giudizi di Favot: “Raffinato come sempre nella ricerca di timbri e colori insoliti, Abercrombie usa la chitarra synth con piena confidenza e senza eccessivo sfoggio di effetti plateali, rivelando su questo strumento altrettanta originalità di approccio che sulle chitarre elettriche e acustiche. Ugualmente personale è il segno delle sue stupende composizioni, talvolta caratterizzate da una sottile vena folcloristica che rivela l’origine scozzese dell’autore. Esemplare in questo senso la breve Lisa, eseguita in completa solitudine, ma anche la stupenda marcia intitolata Clint, che apre la prima facciata ed ha un andamento ritmico assai intrigante. L’ascolto in sequenza dell’infuocata Killing Time e della delicata Still rivela una capacità di mutare repentinamente clima e linguaggio davvero non comune.” (12)

L’album successivo, ancora nella formazione triangolare con Marc Johnson al basso e Peter Erskine alla batteria ma arricchito dalla presenza fissa del sax di Michael Brecker, uscì due anni dopo e si intitolò Getting There; la continuità con Current Events era evidente, come attestato da David Nerattini su Ciao 2001: “Current Events in parte precedeva le tematiche di questo Getting There, ovvero un jazz moderno ed elettro-acustico. Infatti, ad una sezione ritmica completamente acustica di estrazione hard-bop e priva del sostegno armonico del pianoforte, è contrapposta una chitarra elettrica spesso sintetizzata.  La presenza di Michael Brecker come solista ospite fa la differenza fra il precedente disco e questo: il suo ispiratissimo sax fa decollare anche i momenti di relativa noia che, molto raramente, il disco potrebbe presentare ai neofiti dello sperimentalismo jazz.” (13)

E secondo Maurizio Favot dal disco “vien fuori qualcosa che sorprendere non può, ma piacere (e molto) senz’altro sì. Sin dalle prime note (Sidekicks) la sensazione è quella di un gradevole, familiare tepore, giacchè sembra di essere entrati in casa Steps Ahead. Poi c’è Upon A Time e il trio (senza Brecker) sfoggia tutte le sue abilità ricamatorie, ma anche qui siamo sul risaputo. Per fortuna arriva, al momento giusto, la ben più nerboruta title-track, a recar con sè un’aria di qualche novità. Di lì in poi si continua sullo stesso piano, con un bell’alternarsi di note bontà e qualche brivido nuovo. Gran bella cosa.” (14)

All’ascolto Getting There emana un certo fascino; intendiamoci, è sempre come ritrovare un vecchio amico che si conosce assai bene, ma in questo caso, proseguendo con la metafora, è come se l’amico fosse dimagrito e abbronzato, in ottima forma.  Molti i brani che si distinguono, dalla iniziale Sidekicks, nella quale si alternano gli assoli della chitarra sintetizzata di Abercrombie e del sax di Brecker, con la frase iniziale a ritornare come cifra distintiva del brano; stesso schema che si ritrova in Furs On Ice, frase melodica iniziale, in questo caso affidata al sax di Brecker, che ritorna di tanto in tanto e, in mezzo, soli degli altri protagonisti, ma un ritmo incessante e qualche cambio di marcia tengono alta la tensione. A mio modo di vedere le cose più belle sono quelle più rarefatte, spesso pervase di mistero, come la magnifica Getting There e la enigmatica Chance, ma anche la quieta Upon A Time, nella quale la leadership viene condivisa da Abercrombie con il basso di Johnson.

Il sodalizio con Johnson ed Erskine produsse ancora il non indimenticabile live del 1988 e poi venne momentaneamente consegnato agli archivi, da dove uscì nel 1992 per un album in studio, November (ma sono state numerose le occasioni in cui Abercrombie è tornato a suonare con Marc Johnson), ed Abercrombie si dette a sperimentare altre formazioni, prediligendo sempre lo schema triangolare.  Ne sono testimonianza Abracadabra, del 1987, con Jeff Palmer e Adam Nussbaum, e Animato, del 1989, con Vince Mendoza e Jon Christensen, che raccolse le consuete positive recensioni: “La compattezza e l’interplay dei protagonisti si allarga dallo strumentismo ai colori timbrici e alle intuizioni compositive. Vince Mendoza alle tastiere (e alla penna: sei brani su otto sono suoi) e Jon Christensen alle percussioni giostrano infatti magnificamente insieme ad Abercrombie, costruendo con ispirata maestria un bilanciatissimo quadro di musica elettro-acustica (o, se volete, fisio-digitale).” (15) 

Fu l’ultima band stabile per Abercrombie; dopo di allora il chitarrista ha rimischiato le carte ad ogni giro, mettendo insieme una strabiliante quantità di collaborazioni con i musicisti più vari ed incidendo sempre con formazioni diverse. Dal ritorno con i musicisti di Gateway (Homecoming nel 1995), ai numerosi lavori con l’organista Dan Wall (While We Were Young nel 1993, Speak Of The Devil, anch’esso 1993, e Tactics del 1997).  Poi ancora, nel 1999, Open Land con un violino e un sax, di cui scrisse Pievani su Rockstar: “Non c’è alcun dubbio che Abercrombie sappia scegliere bene i suoi collaboratori: grandi musicisti in grado di esaltarsi vicendevolmente pur mantenendo le loro caratteristiche peculiari: Mark Feldman, il cui violino guizzante e nervoso trova un ottimo bilanciamento nelle sonorità rotonde e piene della tromba di Wheeler (autentico catalizzatore di questo album); Joe Lovano, che a tratti ricorda Dewey Redman e a tratti anche Archie Shepp; la coppia Wall-Nussbaum, che muove l’ago della bussola verso atmosfere più giocose e destrutturate, tipiche delle jam session. Il risultato è una terra aperta, una Open Land, estremamente variegata, dove le ballad si alternano ad improvvisazioni collettive o ad accattivanti blues.” (16)

Alla fine degli anni 90 intervenne un’imprevista svolta verso il free jazz: “Mi piace suonare free quando ha qualche relazione con la melodia – dichiarò – un po’ come Ornette Coleman che scriveva canzoni meravigliose e poi le suonava senza corde.” (2).

Per alcuni album suonò con Marc Feldman, Marc Johnson e Joey Baron; tra questi si segnala Cat’n’Mouse del 2002, del quale scrive assai bene Anselmo Patacchini su Musikbox: “Cat’n’Mouse gioca principalmente sugli scambi quasi impossibili fra gli arpeggi della chitarra magica di John Abercrombie (geniale capitano di un quartetto esplosivo) e il violino di Mark Feldman: dolce e levigato (A Nice Idea, String Thing), ma spesso aspro e stridente, libero di ricercare continue ed improvvise variazioni sul tema (Convolution, Third Stream Samba). Le tremende pizzicate di Feldman tracciano inconfondibili linee che solo apparentemente sembrano staccarsi dall’evoluzione dei brani con il contrabbasso di Marc Johnson a far sentire il proprio peso insieme alla eccellente batteria di Joey Baron. (…) Lavoro splendido che consigliamo vivamente anche ai sostenitori del rock progressivo e soprattutto ai fans dei King Crimson della triade Larks’ Tongues In Aspic, Starless And Bible Black e Red.” (17)

Nel 2012 ha pubblicato Within A Song, un disco che lo ha ricondotto alle radici del jazz anni sessanta: “Ho sempre desiderato includere alcuni standard nei miei cd e per questo ho fatto Within A Song. Parla delle mie radici: io sono veramente un jazzista anni sessanta.  C’era così tanta musica che mi piaceva mentre crescevo negli anni sessanta che ho avuto solo l’imbarazzo della scelta. Sapevo che volevo a tutti i costi fare qualcosa di Jimmy Hall e Sonny Rollins perchè probabilmente il mio disco preferito di tutti i tempi è The Bridge. Il disco si chiama Within A Song perchè il primo brano è Without A Song, il celebre vecchio standard, ma io ne ho riscritto la melodia; abbiamo suonato la nuova linea melodica per tutto il pezzo, intervallandola con qualche improvvisazione sull’impianto della canzone originale e poi alla fine, all’improvviso, abbiamo fatto riemergere la melodia originale.  Ma tutto quello che c’è sul disco fa parte della mia musica preferita, come il pezzo di Coltrane, Wise One: era così chiaro, conciso e bello!  Non ho fatto altro che suonarlo come era sullo spartito, non lo ho neanche dovuto arrangiare, mi sono solo costruito un percorso.  Questo è ciò che ho fatto sulla maggior parte dei brani, non li ho arrangiati molto, c’erano solo dei piccoli snodi che ho dovuto scrivere.  Poi ho voluto che ci fossero un paio di mie canzoni, così ho scritto Easy Reader. Molti hanno pensato che fosse un riferimento al film Easy Rider, ma non ci avevo proprio pensato! La ho chiamata così perchè è una canzone facile da riprodurre, basta seguire lo spartito, è un nome didascalico.” (3)

Alla resa dei conti, nella sua quarantennale carriera, John Abercrombie ha inciso quasi cinquanta album e ha suonato con gente del calibro di Billy Cobham, Jack Dejohnette, Brecker Bros, Dave Holland, Ralph Towner, Peter Erskine, Jan Garbarek, Paul Bley, John Scofield, Jan Hammer, Larry Coryell, Larry Carlton, Mc Coy Tyner e anche il nostro Enrico Rava.  Anche se nessuno dei suoi dischi verrà annoverato tra le pietre miliari del genere, c’è qualità quanto basta a procurargli un posto – magari in seconda fila – nella foto di famiglia del jazz mondiale.

 

Roberto Cappelli

Bibliografia:

 

(1)  Voce John Abercrombie in Wikipedia;

http://en.wikipedia.org/wiki/John_Abercrombie_(guitarist).

 

(2)  Sito ufficiale John Abercrombie;

http://www.johnabercrombie.com/index.html.

 

(3)  Within A Song, intervista di Gideon Egger e Ying Zhu;

http://www.notesontheroad.com/Interviews-with-John-Abercrombie-ECM-Jazz.html 

 

(4) Intervista di Tim Berens, ripresa dal numero del marzo 1996 della Cincinnati Jazz Guitar Society;

http://timberens.com/interviews/abercrombie.htm 

 

(5) Intervista di Jon Solomon, “John Abercrombie on how even jazz players are feeling the brunt effects of the down economy” dal sito Denver Westworld, 17 settembre 2012;

http://blogs.westword.com/backbeat/2012/09/interview_john_abercrombie.php 

 

(6) Recensione di Arcade di Mario Luzzi su Popster no. 27 del settembre 1979;

 

(7) John Abercrombie & Ralph Towner, Due per la musica, di Antonio Orlando su Ciao 2001 no. 36 del 5 settembre 1982;

 

(8) Meccanicamente… facile, di Claudio Sessa su Music no. 62 del novembre 1984;

 

(9) Recensione di Night di Maurizio Favot sul Mucchio Selvaggio no. 82 del novembre 1984;

 

(10) Recensione di Night di Gianfranco Salvatore su Fare Musica no. 50 del maggio 1985;

 

(11) Recensione di Current Events di Maurizio Favot sul Mucchio Selvaggio no. 102 del luglio 1986;

 

(12) Recensione di Current Events di Filippo Bianchi su Fare Musica no. 68 del novembre 1986;

 

(13) Recensione di Getting There di David Nerattini su Ciao 2001 no. 17 del 27 aprile 1988;

 

(14) Twilight Zone di Maurizio Favot su Mucchio Selvaggio no. 123 dell’aprile 1988;

 

(15) Recensione di Animato di Valerio Corzani su Velvet no. 21 del giugno 1990;

 

(16) Recensione di Open Land di Paolo Peviani su Rockstar no. 11 del novembre 1999;

 

(17) Recensione di Cat’n’Mouse di Anselmo Patacchini su Musikbox no. 6 del gennaio 2002;

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