A-10: storia e discografia

La prima prova discografica accertata esce nel 1987, è un singolo pubblicato dalla Innocent Records con Badly Burned sul lato A e Don’t Look Into My Eyes Tonight sul back-side (“travolgente” lo definirà Cilìa anni dopo (7)).

I due brani vengono ripubblicati un anno dopo su Massive At The Blind School, un mini-lp che esce per una altrettanto neonata etichetta italiana, la Arresto Cardiaco. 

Il disco contiene altri quattro brani, due dei quali registrati dal vivo (due cover, Purple Haze di Jimi Hendrix e Looking At You degli MC5) e due inediti (Bad Karma e White Water) ed ottiene una lusinghiera recensione sul Buscadero: “Un riuscitissimo concentrato di elettricità e violenza allo stato puro. Echi di MC5 e di punk 77 si uniscono e sovrappongono in una miscela grezzissima e senza compromessi.” (1)

E’ invece più tiepido il giudizio di Frazzi su Rockerilla: “Documenta fedelmente gli inizi della band, con tutta la grinta e le incertezze che caratterizzano gran parte degli esordi. Un disco interessante, ma non fondamentale. Da ascoltare comunque.” (2)

Dopo il mini-lp esce un altro singolo, Declaration, con Terminal Beach sul lato b, nel quale compaiono come ospiti Robin Wills (già componente dei Barracudas e dei Fortunate Sons) e di Kathy Freeman dei Birdhouse.

Sex God War: Contributions And Rewards, senz’altro il disco più importante degli A/10, vede la luce alla fine del 1988.  

E’ un lavoro maturo e molto interessante, violento e trascinante, le cui radici sono ben piantate nel cuore ribollente e ancestrale del vero rock, quello nato dalla rabbia giovanile, dall’urgenza di esprimere i sentimenti forti che hanno sconvolto i vent’anni di chiunque abbia un cuore.

 Quando si è trattato di inquadrare la musica degli A/10 quasi tutti gli addetti ai lavori hanno evocato il punk, sia pure con ampio riconoscimento ad altre ascendenze: lo potrete constatare scorrendo le recensioni dell’epoca riportate più avanti (e del resto, nella scheda sintetica che apre questa biografia, anche noi ci siamo accodati a questa comoda impostazione).  In realtà si tratta probabilmente di una forzatura, dettata da qualche caratteristica formale che gli A/10 hanno in comune con il punk.  A mio modo di vedere, se mai è esistito un genere che possa aspirare ad essere definito rock senza altre aggettivazioni, questo è ciò che suonano gli A/10: rock allo stato naturale, ferino, senza sovrastrutture (ascoltare Nemesis per capire cosa intendo).

Le canzoni sono sempre dominate dalle chitarre, molto energiche ma solo in qualche caso (e non certo nelle canzoni più interessanti) condotte a velocità “punk”, e dalla voce di Lee Robinson, bel timbro e uno stile senza eccessi.  Le cose più belle sono costruite su questo dialogo tra i riff di chitarra (che quasi sempre imprimono un accento melodico al brano e qualche volta assumono un andamento “anthemico”) e il cantato: così nella cadenzata Bay City e nella sincopata Dead Skin, nella potente Thin Rich And Happy e nella sfrenata Declaration.  Il primo lato (Nota per i più giovani: allora i dischi avevano due lati…) è di grande qualità; forse era troppo chiedere che tale livello si mantenesse anche sull’altra facciata, che risulta un po’ più convenzionalmente punk, con la fiammata iniziale della già citata Declaration e una buona Angry, dal testo molto significativo) in chiusura.

La critica italiana – almeno la parte che se ne occupa – è positiva senza riserve: sul Buscadero Celora, forse anche suggestionato dalla collaborazione tra gli A/10 e la Freeman, descrive il gruppo quasi come una propaggine australiana in Europa, paragonando il loro sound a quello di Birdhouse, Radio Birdman, New Race e New Christs, e poi conclude: “Sex God War è dunque un vero coup de foudre già annunciato, se volete, vista la bontà dei precedenti lavori, ed è un’opera dove la continua manomissione del punk procede spedita e dà continuamente buoni frutti. Non perdetevi undici ruvide gemme di grande bellezza.” (3)

Non troppo diversi i toni di Luca Frazzi su Rockerilla, il quale dopo aver reso omaggio alle ascendenze australiane del gruppo, mescolandoci quelle di Detroit, così immaginificamente commenta il disco: “Marshall dinamitardi, sezione ritmica scarna, chitarroni cupi e granitici. Un tentativo, riuscito, di evocare incubi e ossessioni con un rock drogato, serio e disperato (tardi Stooges, Only Ones). Una prospettiva vuota, un disastro incombente. Il rock degli A-10 è carne morta che fuma e marcisce.  Prima o poi su questa carne pioverà, come è piovuto sulla salma di Hendrix, su quella di Sid Vicious, sulle buone intenzioni di centinaia di giovani rockers, e di essa non rimarrà che il ricordo. Ascoltate gli A-10, finchè siete in tempo” (4)

E Federico Guglielmi su Velvet: “Grezzo, istintivo, sincero e viscerale, ma anche ricco di pregevolissimi spunti compositivi ed interpretativi, Sex God War esala aromi mai dimenticati della Los Angeles periodo ‘79/’81 (vedi Europa, Baby City, Elektra, Angel Heart), presenta tributi ai Radio Birdman (la sanguigna Declaration), intreccia rabbiose convulsioni ritmiche con insinuanti fraseggi chitarristici e sofferte performances canore, allineando undici trascinanti episodi che si impongono come altrettanti manifesti di genuinità, potenza e ispirazione, nonostante un lavoro di studio non sempre impeccabile.” (5)

Chi conosce la musica rock sa che la strada verso il successo è lastricata delle lapidi di beautiful losers, magnifici dischi cui non è corrisposto alcun riscontro commerciale: temo che anche Sex God War vada annoverato in questa categoria.  Non so se gli A/10 avessero sperato in qualcosa di più o di meglio.  Mi piace pensare che più di tanto non se ne siano dati pensiero: chi ha un rapporto così diretto con la musica non può certo perdere temo a preoccuparsi di fatti triviali come le vendite dei propri dischi…

Comunque, il gruppo prosegue nella propria cavalcata: nel 1991, per l’etichetta napoletana Crime, esce Burnin’ Chrome, un altro mini-lp, titolo “rubato” ad un libro di William Gibson.  Nella formazione degli A/10 compare un altro italiano ad affiancare Pasquini, Costantini, ed entra in pianta stabile la chitarrista australiana Kathy Freeman.

Il disco è prodotto da Kent Steadman (Celibate Rifles) e piace molto a Tinti, che su Rockerilla, senza mezzi termini, lo definisce “un disco eccezionale” per poi scrivere:

 

“Gli A/10 fanno respirare aria pura e fresca ai nostri polmoni, ci portano nelle distese di terra che avvolgono l’Australia; (…) anche la cover di Cherie (dei Suicide) è incapsulata nel suono duro e melodico delle chitarre, diventando una ballata elettrica dolce e malinconica. I restanti quattro pezzi sviluppano violente trame in un turbinio di note, figlie del garage punk più acerbo e animale.” (6) 

A riprova (e per fortuna!) del fatto che la musica non è scienza, lo stesso disco viene definito “un disco da dimenticare” da Eddy Cilìa su Velvet, che spiega così la sua stroncatura: “Lo si dica, infine: di idee gli A10, gruppo anglo-italiano in attività da quasi un lustro e da sempre incensato dalla stampa underground europea con una regolarità degna di cause migliori, non ne hanno mai avute molte.  Anzi, proprio non ne hanno mai avute, che fossero davvero loro, si intende.  Quel che li salvava, rendendo tutto sommato discreti e finanche consigliabili i due album che hanno preceduto questo naufragio di cinque brani per diciotto minuti, era la straordinaria energia che li animava e che rendeva assai eccitante il loro ruvido rock’n’roll. (…) Ecco, a Burnin’ Chrome quell’energia formidabile manca proprio e così, per la prima volta, le carenze sul piano compositivo della band vengono completamente a galla.  Non una delle quattro canzoni originali può essere salvata, ma alla fine l’obbrobrio peggiore risulta essere la rilettura di “Cheerie”, uno dei capolavori dei Suicide.” (7)

Nel 1993 esce Radio Confusion, l’ultimo lavoro pubblicato dagli A/10, prodotto da un’etichetta indipendente di Madrid, la Munster.  La musica resta energica e ruvida, come attesta Andrea Tinti su Rockerilla: “Su tutti i brani prevale la voce di Lee Robinson che giustifica ampiamente i riconoscimenti che gli A/10 godono nel resto d’Europa, Italia esclusa naturalmente, tanto che in Spagna sono considerati alla pari delle band indipendenti americane o inglesi.” (8)  Romano Pasquini descrive il lavoro in questo modo: “Immagina di sentire i Talking Heads in versione quasi hard.” (8)

Nel 1993 esce Radio Confusion, l’ultimo lavoro pubblicato dagli A/10, prodotto da un’etichetta indipendente di Madrid, la Munster.  La musica resta energica e ruvida, come attesta Andrea Tinti su Rockerilla: “Su tutti i brani prevale la voce di Lee Robinson che giustifica ampiamente i riconoscimenti che gli A/10 godono nel resto d’Europa, Italia esclusa naturalmente, tanto che in Spagna sono considerati alla pari delle band indipendenti americane o inglesi.” (8)  Romano Pasquini descrive il lavoro in questo modo: “Immagina di sentire i Talking Heads in versione quasi hard.” (8)"

 

 

Poi degli A/10 si perdono le tracce. Romano Pasquini nel 1999 fonda un gruppo chiamato Laudo; dopo averlo abbandonato, nel 2002 partecipa ad un progetto italo-spagnolo chiamato Jahmila che edita un cd, Revolucion Prohibida, nel 2004 è, con il fratello, nei Deniz Tek che registrano un cd chiamato Three Assassins con Scott Morgan; poi i due fratelli passano ai Sonic Assassin. Lee Robinson, nel frattempo, entra nei Sin City Six, con i quali, tra l’altro realizza una cover di Declaration, un brano degli A/10; un tumore alla colonna vertebrale lo strappa a questa vita il 27 dicembre del 2009.

 

Roberto Cappelli 

Bibliografia:

(1) Recensione di Massive At The Blind School di Antonio Bacciocchi su Buscadero no. 84 del settembre 1988;

(2) Recensione di Massive At The Blind School di Luca Frazzi su Rockerilla no. 101 del gennaio 1989;

(3) Recensione di Sex God War di Emilio Celora su Buscadero no. 87 del dicembre 1988;

(4) Recensione di Sex God War di Luca Frazzi su Rockerilla no. 100 del dicembre 1988;

(5) Recensione di Sex God War di Federico Guglielmi su Velvet no. 2 del novembre 1988;

(6) Recensione di Burnin’ Chrome di Andrea Tinti su Rockerilla no. 129 del maggio 1991;

(7) Recensione di Burnin’ Chrome di Eddy Cilìa su Velvet no. 5 del maggio 1991;

(8) Recensione di Radio Confusion di Andrea Tinti su Rockerilla no. 157 del settembre 1993.

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