ABBA: storia e discografia

I fondatori del gruppo sono Bjorn Ulvaeus (Goteborg, 25 aprile 1945) e Benny Andersson (Stoccolma, 16 dicembre 1946).

Bjorn iniziò la sua carriera musicale dalla cittadina di Vastervik, dove si era trasferita la sua famiglia dalla natia Goteborg, come componente di un gruppo folk originariamente chiamato West Bay Singers (West Bay è la traduzione inglese di Vastervik), che poi cambiò nome in Hootenanny Singers quando il gruppo firmò per la Polar Records, neo-costituita etichetta di proprietà di Stig Anderson, futuro manager degli Abba. Gli Hootenanny Singers, con un repertorio oscillante tra canzoni tradizionali svedesi riarrangiate e incursioni nel pop beatlesiano, ottennero notevoli successi in Svezia tra il 1964 e il 1966 e, con il nome da esportazione Northern Lights, fecero anche non troppo epocali apparizioni in Gran Bretagna e USA.
Nel frattempo Benny Andersson entrava a far parte, come tastierista, di un gruppo chiamato Hep Stars (“eravamo molto influenzati dai Beatles, ma anche da Elvis Presley, Chuck Berry ed i Beach Boys. Eppure la nostra musica era un miscuglio di country, rock e ritmi tedeschi” (22)) che in breve tempo divenne un fenomeno tra il pubblico adolescenziale svedese.
L’incontro tra Bjorn e Benny avvenne nel 1966.  Dopo un concerto a Vastervik si ritrovano a parlare e scoprono molte affinità nel loro modo di concepire la musica: “Quando Benny cominciò a parlare le nostre idee erano così simili che mi sembrava di sentir parlare me stesso. Entrambi pensavamo che avremmo dovuto cominciare a scrivere tutte le canzoni per i nostri rispettivi gruppi perché interpretare canzoni altrui non era abbastanza per noi.” (22) Già nell’autunno del 1966 la prima canzone scritta da Bjorn e Benny, Isn’t It Easy To Say, viene pubblicata dagli Hep Stars con Bjorn alla chitarra.

Il 1969 è l’anno in cui tutte le circostanze cominciano a confluire verso la costituzione degli Abba: gli Hep Stars si sciolgono, disastrati da una rovinosa gestione manageriale del loro successo. Bjorn conosce e si innamora di Agnetha Falkstog (Jonkoping, 5 aprile 1950), cantante già piuttosto famosa in Svezia, ispiratasi a Connie Francis per comporre morbide canzoni d’amore. Benny, dal canto suo, in quel fatale 1969 incontra Anni-Frid (Frida) Lyngstad, nata nel 1945 a Ballangen nella Norvegia occupata dai nazisti, dalla unione tra una giovane norvegese ed un ufficiale tedesco. Trasferitasi bambina in Svezia, Frida si era sposata molto presto e a 22 anni aveva già due bimbi; cosa che non le aveva impedito di intraprendere una carriera musicale che, fino all’incontro con Benny, non aveva prodotto grandi successi (fuori dalla vittoria di diversi concorsi musicali), ma la aveva affermata come interprete di marca più jazzata.
Due coppie di cantanti non possono far altro che collaborare, ed inizialmente ognuno di loro compariva negli album solistici degli altri. La prima registrazione che vede i quattro futuri Abba insieme è del 1970 per un brano intitolato Hej Gamle Man, singolo incluso in un disco di Bjorn e Benny (Lycka), in cui Agnetha e Frida sono al controcanto; la canzone conquisterà la vetta della classifica svedese e vi rimarrà per cinque settimane.  Nel novembre di quell’anno i quattro uniscono le forze per la prima volta, ma con scarsa convinzione, per una serie di show sotto il nome Festfolket. Esito modesto, dovuto, secondo Bjorn, alla scelta di un repertorio sbagliato (22).
“La gente diceva che noi costruivamo la nostra immagine e che avevamo persino sposato le ragazze per l’immagine – ricorda in un’intervista molti anni dopo Ulvaes - ma non era vero. Io e Benny le abbiamo incontrate nello stesso periodo di tempo, ci siamo innamorati e le abbiamo sposate. Per due anni ci siamo frequentati socialmente prima di cominciare a lavorare insieme.  Siamo andati in vacanza insieme da qualche parte, qualcuno aveva una chitarra e abbiamo cominciato a suonare, ci divertivamo e ad un certo punto abbiamo cominciato a pensare ad un disco.  Soltanto dopo il successo di Waterloo abbiamo cominciato a lavorare insieme su base regolare.” (6)

Nel luglio del 1971, pochi giorni dopo che Bjorn e Agnetha erano convolati a nozze, l’originario socio di Stig Andersson nella Polar Music, Bengt Bernhag, si suicida; a seguito di tale tragico evento Bjorn e Benny ne prendono il posto alla Polar in qualità di produttori.  E’ Bjorn a pretendere che anche Benny sia associato all’impresa e l’attento Stig accetta, a condizione che i due condividano un unico stipendio! (22)  Ne consegue che nei mesi successivi i due maschietti siano occupati a tempo pieno con la produzione di dischi di altri artisti svedesi, trascurando la propria attività artistica, tanto che un loro programmato, ed in parte inciso, secondo album non viene più pubblicato.
E’ nel 1972, dopo che Agnetha ha interpretato la parte di Maria Maddalena nella versione svedese dell’opera teatrale Jesus Christ Superstar, che per la prima volta vede la luce un loro singolo (People Need Love) sotto il nome, poco fantasioso, di Bjorn & Benny, Agnetha & Anni-Frid; è una melodia molto semplice, ma accattivante, giocata sugli intrecci vocali e con persino un accenno di yodel nel finale: “Volevamo che questa canzone suonasse come i gruppi di moda a quell’epoca, del tipo Middle Of The Road e Blue Mink. L’idea dello yodel alla fine della canzone fu di Agnetha e Frida.” (Bjorn, 22)

Ma gli esordi non furono semplicissimi, come ricorda in un’intervista Ulvaes: “Subito dopo quel successo, che fu soprattutto d’immagine, pubblicammo alcuni singoli che andarono malissimo. Non ci fu alcun riscontro, nemmeno nazionale. Cominciammo a pensare di essere solo una one-shot band e nulla più.” (9)

 

1973 - RING RING
 

 

Nonostante gli altalenanti risultati iniziali, le due coppie decisero di dare stabilità al loro sodalizio; a febbraio parteciparono con il singolo Ring Ring (la cui versione inglese era stata adattata da Neil Sedaka) al Melodifestivalen, la competizione finalizzata a scegliere la canzone destinata a rappresentare la Svezia all’Eurofestival del 1973. La canzone è fresca e ben arrangiata, con una chitarra molto rock a tracciare la melodia e dei riusciti stacchi di batteria a separare il ritornello, ma, sebbene fossero considerati i grandi favoriti, arrivarono solamente terzi, rimandando il loro appuntamento con la rassegna europea: “Fu come se il cielo fosse crollato sulle nostre teste. Stemmo veramente male per quel risultato, dopo tutto quello che avevamo fatto per vincere quel concorso. Eravamo senz’altro i migliori!” (Bjorn, 22).  Così sembrò pensarla anche il pubblico, che proiettò sia la versione svedese che quella inglese del singolo in testa alle rispettive classifiche in Svezia, tenendocelo per otto settimane.  Simile fortuna arrise all’album che venne pubblicato in Marzo, dopo una tournée del quartetto nel Benelux alla quale, tuttavia, non partecipò Agnetha (sostituita da Inger Brundin), che aveva appena dato alla luce una bella bambina.  Il long playing vendette 100.000 copie e raggiunse il secondo posto nelle classifiche locali.
Fu dopo la pubblicazione del disco che il gruppo assunse il nome Abba (ovviamente dalle iniziali dei loro quattro nomi), dopo aver condotto un sondaggio presso i lettori di una rivista e non senza aver dovuto richiedere l’autorizzazione ad un’industria di aringhe in scatola che già si fregiava della medesima denominazione.

 

 

1974 - WATERLOO

 

 

La fine del 1973 vede gli Abba al lavoro con feroce determinazione per conquistare il diritto di partecipare all’Eurofestival. “A quel tempo il concorso canoro dell’Eurovisione era l’unico mezzo per uscire dalla Svezia.  Perché non c’era alcuna possibilità che qualcuno in Inghilterra o negli USA ascoltasse qualcosa proveniente da questa oscura nazione.  Potevamo mandare le nostre registrazioni, sapendo che sarebbero state immediatamente cestinate. Così l’unica possibilità era entrare all’Eurovisione.” (Bjorn, 22)

Bjorn e Benny composero diverse canzoni, tra cui Waterloo, sulla quale, alla fine, cadde la scelta.  Il pezzo è una irresistibile sarabanda diretta dal piano, con una linea melodica che è impossibile togliersi dalla testa e un’ottima integrazione tra voce e musica. Con la versione svedese trionfano nel Melodifestival e staccano il biglietto per Brighton, sede dell’Eurofestival 1974.

In preparazione della competizione, in marzo venne pubblicato il loro secondo album, il primo sotto la denominazione Abba, ovviamente intitolato Waterloo.  Il disco, secondo il tradizionale approccio degli Abba, è ricco di ispirazioni diverse, pensate a tavolino per comporre un puzzle quanto più possibile accattivante; e non si può dire che l’esercizio non riesca, con alcune ben calibrate (anche se sempre un po’ troppo caramellose) hit come la title track e Honey Honey, un pezzo pop perfettamente inserito nel filone della canzone melodica inglese che aveva trovato uno spazio importante nelle classifiche della prima metà degli anni settanta.
Il 6 aprile, nell’ambito di uno show visto da 500 milioni di telespettatori, gli Abba salirono sul palco in tenuta che, con gli occhi di oggi, è kitsch in modo imbarazzante, ma Agnetha e Frida erano incantevoli e la canzone suonava come un brano di Elton John un po’ più casareccio (vedete il video su You Tube).  Alla fine gli Abba trionfarono con 24 voti, davanti alla nostra Gigliola Cinquetti, che con una bella canzone intitolata Sì di voti ne prese 18.  Neanche sul podio la grande favorita della serata, la britannica Olivia Newton-John.

sulla scia dell’affermazione Waterloo si impose nelle classifiche di tutta Europa (al primo posto in Inghilterra, Germania, Belgio, Spagna, Norvegia e, naturalmente, in Svezia), tranne che in Francia (13°) e in Italia (23°) e giunse persino nella top ten in USA.
Nel corso dell’inverno, in due riprese, gli Abba si recarono in tour fuori dalla Svezia, portando uno show molto “carico”, decisamente ispirato, dal punto di vista scenografico, al movimento glam che in quel periodo furoreggiava (anche se, ovviamente, il pop dolciastro degli Abba aveva ben poco a che spartire con il rock schitarrato e kitsch dei gruppi glam); Bjorn, con accenti sinceri, ricorderà anni dopo: “Era il periodo glitter in Europa, metà degli anni settanta, gruppi come Sweet, Mud, Gary Glitter. Lo trovavamo divertente; e poi volevamo provare tutto. All’inizio, più era folle e meglio era. Oggi direi che era molto poco sofisticato, e mi vergogno quando rivedo alcuni dei costumi che mettevamo, ma devo riconoscere che ci divertivamo.” (22)

La prima metà del tour si svolse a novembre ’74 in Nord Europa e non andò troppo bene: un paio di date furono  annullate per le scarse prevendite ed in generale, tranne in un’occasione, i quattro svedesini suonarono quasi sempre davanti a platee semivuote.  Molto meglio la seconda parte, a gennaio ’75, in una Scandinavia meglio disposta verso di loro, grande affluenza a tutti i concerti e ottimo riscontro di pubblico. 
critica, avviando quello che sarà un leit-motiv della carriera degli Abba, si divise tra una minoranza entusiasta e pronta a giurare che gli Abba erano dei Beatles redivivi ed una maggioranza molto tiepida se non apertamente critica, che tendeva ad evidenziare lo scarso calore che il gruppo riusciva a comunicare sul palco e una certa ripetitività,dello spettacolo che, facilmente, conduceva alla noia dopo aver suscitato qualche interesse iniziale.  E in effetti i non molti reperti video dal vivo degli Abba dimostrano un’eccezionale artificiosità, non disgiunta da un’imbarazzante goffaggine; la meravigliosamente fotogenica Anni-Frid in movimento sul palco perde molto del suo fascino dimenandosi in modo scoordinato, Bjorn ha fissato sul viso un sorriso ebete e sembra una versione vagamente maschile di Barbie, Benny è rigidissimo; solo Agnetha dimostra di essere a suo agio e possiede una discreta presenza scenica.  In generale, l’impressione che trasmettono è quella di un gruppo che finga di suonare e si avvalga del playback.  E forse, più di qualche volta, era proprio così.

 

 

1975 – ABBA


 

 

Il terzo, omonimo, disco venne registrato nei mesi di febbraio e marzo del 1975 ed uscì in aprile contemporaneamente in tutta Europa.

Per la copertina gli Abba si erano fatti fotografare all’interno di una Rolls Royce del 1952. Ne furono tratti numerosi singoli di successo, quali I Do, I Do, I Do, I Do, I Do (gli Abba hanno una vera passione per i titoli con ripetizione delle stesse parole, ma qui hanno un po’esagerato…), SOS, e Mamma Mia, che diventò un grande hit in Australia (primo paese in cui venne pubblicato il singolo nell’agosto del 1975 e da quel momento e per lungo tempo prodigo di riconoscimenti per il quartetto svedese) e riportò gli Abba in testa alle classifiche britanniche.
Mentre I Do etc. è nello stile mitteleuropeo che costituisce la cifra stilistica più riconoscibile degli Abba, tra i brani del long playing si trova anche un rock’n’roll alla Elton John come So Long ed un brano in stile più pop come Bang A Boomerang, a testimonianza della disinvoltura con cui gli Abba spaziavano tra diversi linguaggi musicali.

In generale, comunque, con questo disco il sound degli Abba si avvicina sempre più agli stilemi internazionalmente prevalenti (quindi, in sostanza, quelli anglosassoni), perdendo l’originale patina un po’ provincialotta (ma verace) degli esordi, come ben esemplificato da SOS, una delle loro canzoni migliori in assoluto, e Mamma Mia, quasi rockeggiante a tratti.  Resta la loro capacità di creare melodie semplici ma molto efficaci, che fu la chiave del successo che arrise ormai in modo universale al gruppo.
In novembre gli Abba si recarono per un tour promozionale negli USA, dove apparirono in programmi televisivi molto seguiti, come American Bandstand e, soprattutto, Saturday Night Live.

Nello stesso periodo Frida pubblicò un album solistico, Ensam, in Scandinavia, con notevole riscontro di mercato (130 mila copie vendute) e cominciarono a circolare voci che la fascinosa cantante fosse sul punto di lasciare il gruppo. Anche Agnetha pubblicò un disco solo, meno interessante e con meno successo.

 

 

1976 - ARRIVAL
 

 

 

Il 1976 è per gli Abba l’anno del definitivo consolidamento, concetto che all’epoca andava declinato come “conquista del mercato anglosassone”, dove fino ad allora il vero successo era arriso solo a Waterloo. Nel tempo erano uscite numerose compilation che raccoglievano alcuni loro pezzi dai primi dischi. Le antologie erano un buon modo per farli conoscere, ma con la controindicazione di accreditarli come un gruppo capace di sfornare buoni singoli e basta; Benny, non a caso, lamentava “Fuori dalla Scandinavia e dall’Australia vendiamo soprattutto singoli. Ma i singoli non sono veramente rappresentativi di tutto quello che facciamo. Vorrei che potessimo essere apprezzati come un gruppo che vende album. La gente così conosce solo un lato del nostro lavoro, ma quando incidiamo un album cerchiamo di registrare dieci o dodici singoli molto buoni” (22).

Comunque sia, all’inizio del 1976 questa strategia cominciò a dare i suoi frutti. Il loro Greatest Hits (con quattro inediti) volò in testa alla classifica UK subito dopo la sua uscita e un ruolo importante rivestì, ancora una volta, un singolo, uno degli inediti, Fernando, che era stato precedentemente portato in cima alle classifiche dalla sola Frida (nove settimane no. 1 in Svezia) e qui riproposto nella interpretazione degli Abba. E’ una canzone dal sapore latino grazie al riff disegnato da uno strumento a fiato che lo apre e poi accompagna la linea melodica per tutto il pezzo; per il resto, l’ennesima melodia azzeccata che si fissa immediatamente in testa.

Altra mossa importante per conferire agli Abba lo status di star internazionali fu, nel marzo del 1976, la tournée promozionale in Australia, paese che era già ai loro piedi. Il tour fu accompagnato da scene di delirio dei loro fans che non potevano non impressionare anche gli altri mercati di lingua inglese, per quanto l’Australia potesse essere considerata la più remota delle province dell’impero.

L’uscita estiva del loro quarto disco, Arrival, fu preceduta dall’ennesimo hit a 45 giri, Dancing Queen, che schizzò in testa alle chart in quasi tutti i mercati in cui venne pubblicata e resta ancor oggi uno dei loro brani più noti e longevi.  La canzone, un brano pop con abbondanza di archi ed i caratteristici intrecci vocali delle voci femminili, era stata eseguita dagli Abba (in playback, cosa che aveva attirato loro molte e fondate critiche) nel concerto che aveva visto protagonisti tutti i principali musicisti svedesi in occasione del matrimonio reale tra Carlo XVI Gustavo di Svezia con la principessa Sylvia; anche se è difficile crederlo, gli Abba giurano che non era stato scritto per l’occasione, ma era in realtà stato composto molto tempo prima.
L’album venne pubblicato in ottobre; nelle intenzioni del gruppo doveva essere il disco della maturità, con qualche tentativo più ambizioso di ibridazione tra il loro pop, la musica folk e persino qualche accento classico. Arrival contiene brani destinati a divenire loro classici, come Money Money Money e Knowing You Knowing Me, ma anche un inusuale brano strumentale.

Ed in effetti il cambiamento si percepisce anche nell’insolita trama musicale di Money, Money, Money, che rinuncia allo schema intro-tema-ritornello-tema-ritornello-chiusura per echeggiare melodie da cabaret tedesco o, comunque, più teatrali.  Meno sperimentale Knowing Me, Knowing You, che però ha un portamento più drammatico rispetto ai ritmi consueti degli Abba, sia nell’uso delle voci che nell’accompagnamento delle chitarre, molto più rock di lusso (avete presente i fratelli Porcaro?).

Distribuito in 34 paesi, il disco collezionò la consueta serie di successi: 12 settimane in testa alla classifica svedese, 300mila copie in prevendita in Gran Bretagna (ancora poche rispetto alle 750mila prenotazioni australiane), disco d’oro in Belgio e negli USA (dove resta in classifica cinquanta settimane) e di platino in Francia, ecc. ecc.

 

 

1977/1978 - THE ALBUM

 

All’inizio del 1977, per la prima volta, l’immagine da Mulino Bianco degli Abba venne messa in discussione: la fonte non era delle più attendibili, trattandosi del Sun, tabloid scandalistico inglese che certo non ha mai brillato per lo scrupolo adottato nel verificare le notizie, ma alle rivelazioni sulle profonde tensioni che avrebbero sconvolto il gruppo svedese, con particolare riferimento ad un viscerale odio tra le due ragazze, fu dato grande risalto dalla stampa di tutto il mondo.  Ovviamente Anni Frid e Agnetha negarono vigorosamente l’esistenza anche solo di increspature nel loro rapporto (e ad onor del vero lo continuano a negare anche oggi, senza che esistano più esigenze di carattere commerciale) ma la notizia era verosimile e, soprattutto, intrigante e non sorprende che desse molto da parlare.

Dopo alcuni concerti alla Royal Albert Hall a Londra e altre 15 date in Europa, gli Abba andarono in tournèe in Australia con notevole riscontro di pubblico; nell’ambito dei loro show trovò spazio anche un mini-musical composto da quattro canzoni ed intitolato The Girl With The Golden Hair. Intanto il singolo Dancing Queen raggiungeva il primo posto della classifica USA e, di lì a poco, capeggiava anche la classifica giapponese.

Durante la tourneé australiana alcuni concerti, in specie quelli di Perth, furono ripresi per un film interamente dedicato agli Abba, fantasiosamente chiamato Abba – The Movie.  Nel film i concerti e la vita in tour degli Abba vengono legati con una tenue trama incentrata sulle traversie di un dj australiano che cerca disperatamente ed inutilmente di arrivare ad intervistare i quattro divi svedesi per poi, prima dell’ultima data, fortunosamente incontrarli in ascensore.  All’uscita le recensioni furono, come d’uso, piuttosto critiche, oscillando tra stroncature tout court e il rilievo che un film promozionale di 95 minuti era veramente troppo da sostenere.

In settembre si verificò uno di quegli eventi che avrebbero fatto la felicità di Raffaella Carrà e di qualsiasi promoter del mondo: dopo 32 anni Frida scopre che il padre, creduto morto, è in realtà ancora vivo e si trova in Germania; la rivelazione è duplice, perché anche il padre non sapeva che la relazione avuta con una giovane svedese durante la guerra avesse prodotto una figlia.  I due si rincontrarono a Stoccolma e, fortunatamente, non ci sono testimonianze filmate dell’emozionante momento… Per completare il quadretto familiare, all’inizio di dicembre nacque il secondo figlio di Agnetha e Bjorn.


Pochi giorni dopo, pressochè in contemporanea con l’uscita del film, venne pubblicato il disco Abba – The Album, oggetto di una massiccia campagna promozionale che lo sospinse verso un subitaneo successo.  Il disco, il quinto della loro produzione, segna un tentativo di ulteriore maturazione da parte degli Abba.  Bjorn aveva confessato che fino ad allora nel loro approccio compositivo “il suono delle parole aveva più importanza del loro significato” (22); questo metodo, che indubbiamente era stato causa delle molte e non infondate critiche alla banalità dei loro testi, cominciò a cambiare con The Album, dove si coglie, soprattutto in brani come The Name Of The Game o One Man One Woman, uno sforzo di comunicare qualcosa anche con le liriche.
Il brano che apre la raccolta è The Eagle (originariamente intitolata High High), ispirata a Bjorn dal libro Il Gabbiano Jonathan Livingstone di Richard Bach, una melodia ben costruita e ampia, male assecondata da una sezione ritmica un po’ pesante, ma nel complesso un brano senz’altro ben riuscito; così come The Name Of The Game, più elegante degli standard Abba, con il corpo del brano che non è solo una preparazione per il ritornello, ma una ambiziosa orchestrazione vocale.  Interessante anche il trattamento melodico di Take A Chance On Me, dotata di quella capacità “infettiva” propria delle canzoni degli Abba (quando entra in testa non ne esce più) e con le voci maschili in un’originale contrappunto ritmico all’andamento galoppante del ritornello disegnato dalle voci femminili.

Move On, in apertura del secondo lato (quando i dischi avevano due lati…) ha una accattivante melodia, nella quale si percepisce l’impronta europea, mentre la successiva Hole In Your Soul, pur con qualche interessante intuizione nel ritornello, convince di meno, divisa com’è tra una parte intimistica ed una, quella principale, basata su di un incessante tappeto ritmico.

The Album si chiude con un mini-musical in tre canzoni, molto condizionato dalla forma para-Broadway, sin dalla iniziale Thank You For The Music, la più interessante delle tre; buoni spunti melodici in I Wonder, mentre la drammaticità di I’m A Marionette mal si concilia con il mezzo discografico.

Mentre disco e film raccoglievano la consueta messe di critiche negative (secondo Melody Maker The Album è addirittura il peggior disco in assoluto degli Abba…), qualche ulteriore segnale di stanchezza soprattutto della componente femminile del gruppo fu rilanciato da un’insolitamente sincera intervista con un giornale svedese, l’Expressen. Agnetha confessò: “non mi piace che la gente mi veda come un pezzo degli Abba invece che come la persona che sono, e trovo anche imbarazzante la nostra immagine bellina. L’hanno creata i media. Noi siamo gente normale. E possiamo essere cattivi come chiunque altro.” Frida, a propria volta, dichiarò: “a volte sono stanca degli Abba, ma poi penso che gli Abba sono la cosa che so fare meglio. Ma voglio essere preparata per il futuro, non so quello che farò. Per ora continuo a prendere lezioni di canto e di ballo; mi piacerebbe fare un altro album solistico, ma è così difficile trovare buone canzoni!” (22)

A settembre 1978 uscì un nuovo singolo, Summer Night City, fortemente influenzato dalla disco music: era il periodo in cui furoreggiavano i Bee Gees con Saturday Night Fever, e non solo la musica, ma anche il titolo sembra echeggiarli, ma la canzone ha ben pochi spunti originali e si perde nell’anonimo mare magnum del genere da discoteca.

 

 

1979 - VOULEZ-VOUS

 

 


All’inizio dell’anno al gala per l’Unicef gli Abba presentarono il nuovo singolo Chiquitita, che rispetto al singolo precedente costituiva una virata di ritorno al sound (e soprattutto alla costruzione delle canzoni) più tipico degli Abba, con forti inflessioni latine, specie nell’uso della chitarra, e senza troppa fantasia. Tuttavia Chiquitita, grazie al titolo spagnoleggiante, ottenne un clamoroso successo in tutti i paesi di lingua spagnola (1° posto in Spagna, Messico e Argentina), consentendo agli Abba di conquistare anche il mercato latino-americano.

Ma la vera notizia che come un fulmine a ciel sereno si abbattè sui fan degli Abba arrivò dieci giorni dopo: con un’intervista esclusiva al giornale svedese Expressen, Bjorn e Agnetha annunciarono la loro separazione.  E’ intuibile l’impatto che un evento del genere ebbe sull’immagine zuccherosa del gruppo.  I quattro si affannarono a garantire che gli Abba non si sarebbero sciolti per questo, ma non c’è dubbio che i primi semi della successiva separazione siano stati gettati in quel momento. 

In aprile uscì Voulez-Vous, il nuovo lp del gruppo che, seguendo il solco tracciato da Summer Night City, vide il classico sound pop degli Abba assumere i ritmi della disco music.

Come di consueto, molti generi si affollano nel disco: Does Your Mother Know è un gradevole brano rockeggiante, Voulez-Vous è un’interessante pezzo dance con un ritmo ascendente ed una melodia elegantemente particolare, al contrario di Angeleyes che è invece una più scontata riedizione in chiave vagamente disco delle formule più consuete degli Abba. I Have A Dream, infine, ad onta del titolo alla Martin Luther King, si appiattisce sul tipico andamento ondeggiante del folk tedesco, del tutto incongruo rispetto alla atmosfera generale del disco.
Successo di Chiquitita a parte, il disco, complessivamente, segnò un declino nelle fortune commerciali degli Abba, fermandosi piuttosto lontano dalla vetta in mercati prima di allora molto generosi con il quartetto svedese: 17° in Francia, 14° in Germania, addirittura solo 79° in Australia! In controtendenza la Gran Bretagna, dove ne vennero venduti due milioni di copie.

Nell’autunno del 1979 gli Abba pubblicarono il singolo Gimme! Gimme! Gimme!, pura disco music elettronica con un’inconsueta intro di archi (che torna come frase musicale ricorrente) alla Mike Oldfield, e poi ritornarono in tournée per due mesi (41 date) in Nord America ed Europa.

 

 

1980 - SUPER TROUPER
 

 

 

L’inizio del 1980 li vide in tournée in Giappone e poi in studio per l’album Super Trouper, che uscì solo a novembre.  Il brano di punta è The Winner Takes It All, canzone autobiografica dedicata da Ulvaes al fallimento del proprio matrimonio, che è diventata rapidamente uno dei grandi classici del gruppo ed è stata persino interpretata, nella versione francese, da Mireille Mathieu; onore meritato, perché la canzone è effettivamente una prova felice, nel solco del pop internazionale più sofisticato.  Non all’altezza, invece, la title-track, che ha accenti infantili (ricorda le sigle dei cartoons anni ottanta…).  Meglio la rockeggiante (in chiave pop) On And On And On e anche Lay All Your Love On Me, quasi canto religioso nell’andamento antemico, pur se un po’ troppo computerizzato.
Il disco ottenne grande successo e anche recensioni meno sprezzanti del solito in Inghilterra, dove anche la stampa tradizionalmente più ostile, come il Melody Maker, riconobbe al quartetto svedese una particolare dote di creazione melodica.

Persino in Italia, dove in quel periodo prevaleva una visione della musica fortemente politicizzata per la quale gli Abba erano come il fumo negli occhi, il disco si piazzò al 7° posto in classifica. La recensione di Maurizio Ferranti sul Ciao 2001 significativamente iniziava con una excusatio: “Il fatto che questa rubrica si occupi di un album degli Abba è abbastanza indicativo di come la musica dei giovani si sia portata, in questi ultimi anni, verso un livellamento generale”.  Poi, dopo aver lodato la professionalità del quartetto scandinavo, proseguiva: “Quanto ad attenzione tecnica questo ultimo Super Trouper non è secondo a nessuno; gli arrangiamenti, ad esempio, godono di un’invidiabile chiarezza d’idee e snelliscono quasi sempre lo sviluppo sonoro, in un insieme che è davvero facilmente gradevole. Registrato interamente negli studi che gli Abba si sono costruiti a Stoccolma, Super Trouper segna il distacco da quella disco music che era stata la colonna portante del precedente Voulez-Vous: si torna, dunque, a quel genere melodico ritmato che ha sempre costituito il regno incontrastato delle cose migliori della formazione svedese. Ma anche con qualche ambizione in più: The Winner Takes It All si inserisce, ad esempio, nella tradizione migliore della canzone romantica, con una melodia sapientemente sfruttata, On And On And On segue invece una duplice strada: quella di una strofa ispirata al genere elettronico-Buggles, che si alterna, invece, ad un ritornello che ripropone, pari pari, l’intreccio di voci che i Beach Boys praticavano sul finire degli anni sessanta. Ispirazioni davvero eterogenee, ma che trovano nella penna compositiva degli Abba-men un gusto mai banale, e nelle voci delle Abba-women lo strumento più valido.  Non senza dimenticare un paio di episodi, vedi Andante Andante e The Piper, che sembrano costruiti su misura per fare impazzire mercati ricchi e fidati come quello scandinavo e tedesco.” (2)

In effetti, alla fine del 1980 Super Trouper, in poche settimane dall’uscita, aveva già venduto sette milioni di copie nel mondo.

 

1981 - THE VISITORS
 

 

 

L’anno dell’epilogo inizia con un evento in qualche modo simbolico: a sancire l’allontanamento dall’immagine di felicità familiare che aveva caratterizzato il gruppo, il giorno dell’epifania Bjorn Ulvaes sposa la sua nuova compagna, Lena Kallersjo, in una cerimonia segreta e strettamente privata.  Solo un mese dopo, con un laconico comunicato, la Polar Music annuncia la separazione di Benny e Frida, che si erano sposati appena tre anni prima.  Mentre i due interessati non rilasciano dichiarazioni, la casa discografica si affretta a rassicurare i fan che la separazione non avrà conseguenze sugli Abba: in realtà non è così, come ammette sinceramente Frida parlando dell’atmosfera in studio durante la registrazione di The Visitors: “Naturalmente le separazioni avevano lasciato il segno.  La gioia che era stata sempre presente nelle nostre canzoni, anche quando le canzoni erano lente, era scomparsa.  Ci stavamo allontanando, e la coesione che era sempre stata parte della nostra registrazione era scomparsa.” (22)

La stessa copertina di The Visitors, pubblicato alla fine del mese di novembre, è insolitamente crepuscolare, con i quattro componenti del gruppo fisicamente distanziati e che non si guardano. Il direttore artistico della Polar Music, Rune Soderqvist, ricorda la sessione fotografica, nello studio del pittore Julius Kronberg, come un incubo: “Benny arrivò tardi, non c’era riscaldamento e l’atmosfera era molto tesa. Si percepiva che era la fine del gruppo. La sessione fu molto breve perché tutti non vedevano l’ora di andarsene.” (22)

L’album è dominato da un’aura cupa che mal si adatta alla formula musicale, magari anche fintamente, gioiosa degli Abba; When All Is Said And Done (titolo emblematico: Quando tutto è stato detto e fatto) ne è un’ottima esemplificazione: sebbene il brano non sia malvagio, si percepisce che gli Abba non sorridono più mentre la eseguono; altri brani, come Head Over Heels (pubblicato anche come singolo nel febbraio del 1982 con accoglienza – giustamente - piuttosto fredda anche in mercati in passato assai generosi per gli Abba come quello britannico), denunciano più chiaramente la crisi anche compositiva. Meglio la canzone che dà il titolo al disco, ambiziosa ma ben costruita e non banale.  The Visitors sarà l’ultimo disco del gruppo e One Of Us, un lento con grande sfoggio di archi sulla base computerizzata, l’ultimo singolo di qualche successo.


 

SCIOGLIMENTO E POSTUMI

 

 

Alla fine del 1982 esce un altro singolo, The Day Before You Came, una elegante ballata che traina la pubblicazione di un’antologia intitolata The Singles – The First Ten Years.

Ma gli Abba sono sempre più lontani gli uni dagli altri e ciascuno dal progetto comune: se Bjorn e Benny, con scarsa convinzione, cominciano a comporre canzoni per un ipotetico nuovo album, Frida va in sala di registrazione per il suo album solistico, Something’s Going On, con la lussuosa produzione di Phil Collins, mentre Agnetha si dedica al cinema, recitando con un ruolo da protagonista in un film del regista svedese Gunnar Hellstrom intitolato Raskenstam.
La recensione di Melody Maker non si sottrae ai consueti toni spregiativi con cui la stampa rock ha sempre affrontato gli Abba (tutto sommato sorprendente, vista la pochezza della scena musicale in quel torno di tempo).  Colin Irwin apre il proprio pezzo scrivendo: “Natale in arrivo, voci insistenti di scioglimento degli Abba ed un paio di singoli sconvenientemente alle prese con le zone basse delle classifiche, lasciano pensare che la loro straordinaria serie di successi commerciali sia quanto meno in fase declinante. Tutto ciò e il loro decimo anniversario… era un’occasione che la Epic non poteva lasciarsi scappare, e così ecco… la antologia definitiva degli Abba.” Ma il giudizio è particolarmente duro, specie considerando che la recensione di un’antologia non è quasi mai la valutazione di un disco, bensì di una carriera.  Sebbene il critico ammetta di essersi fatto “sedurre dai cori civettuoli” di molti pezzi, afferma: “The Singles è un titolo dichiarativo: separati dal loro ambiente naturale – che è un innocuo e dolcemente incongruo sottofondo della routine quotidiana – le canzoni suonano uniformemente pacchiane. (…) Non si può negare il fatto che sotto qualsiasi punto di vista, fatta salva la più blanda e superficiale area di riposo mentale, loro semplicemente non siano granchè. Le signore non cantano molto bene, e i ragazzi adagiano i loro arrangiamenti in un disgustoso calcolo pseudo-scientifico che si mostra per quel vuoto pomposo qual è quando viene rappresentato in modo così privo di emozioni nella forma di album.  Potrebbe essere un museo.  O un obitorio.” (2)

Dopo l’uscita di un ultimo non memorabile singolo, Under Attack, i quattro decidono di prendersi una pausa di riflessione.  Flaiano diceva che in Italia le uniche cose definitive sono quelle provvisorie; il detto, evidentemente, si attaglia anche alla Svezia, visto che la pausa, interrotta solo da un’apparizione insieme in un programma televisivo in onore di Stig Anderson nel 1986, dura da trent’anni senza che sia mai stato ufficialmente annunciato lo scioglimento del gruppo. 

Al loro attivo, nel decennio abbondante di carriera, 9 canzoni che hanno raggiunto il primo posto nelle classifiche mondiali, 25 che sono entrate nei top 40, quattro dischi che sono entrati nelle top ten mondiali e ci sono rimasti per almeno dodici mesi

Secondo Ulvaes la vulgata corrente, che attribuisce ai divorzi lo scioglimento della band è semplicistica: “In realtà l’unico vero motivo della nostra separazione è stato l’esaurimento di una certa intesa artistica. Se poi questo ha coinciso anche con la fine delle nostre relazioni coniugali, credimi, è stata una coincidenza.” (9)

Agnetha Falkstog incide tre dischi solistici, con altrettanti famosi produttori: Wrap Your Arms Around Me, prodotto da Mike Chapman, Eyes Of A Woman, con Eric Stewart (leader dei 10cc) e I Stand Alone con Peter Cetera dei tardi Chicago, poi si risposa con un chirurgo svedese nel 1990 (dal quale divorzierà due anni dopo) e si ritira dalle scene.

Anche Frida fa scelte simili: due dischi, il già citato There’s Something Going On, prodotto da Phil Collins e Shine prodotto da Steve Lillywhite; ma soprattutto un notevole attivismo nel campo ambientalista.

Ulvaes si trasferisce a Londra con la seconda moglie, dove scrive, come una rivalsa (“Non sapevo solo comporre motivetti di successo, ma anche cose più impegnate, più soddisfacenti per il mio ego” (9)), un musical insieme al guru del settore, Tim Rice, intitolato Chess, che regge in cartellone per quattro stagioni a Londra; poi torna in Svezia e ricomincia a lavorare con Benny, producendo musicisti svedesi (Gemini, Josephine Nilsson) la cui fama non esce dai patri confini e scrivendo insieme un altro musical su emigrati scandinavi in America nel 1850.

Periodicamente la fama del gruppo viene attizzata da scaltre campagne commerciali che, sull’onda della pubblicazione di loro antologie, li riporta all’attenzione delle più giovani generazioni.

Ad esempio, in non casuale coincidenza con l’acquisto del loro catalogo da parte di una major come la Polydor, nel 1992 gli Abba conoscono una nouvelle vague, definita da Martin Aston “la più improbabile delle resurrezioni” (6): si potrebbe citare il successo in Australia dei Bjorn Again, cover band che eseguiva dal vivo tutti i loro principali hit. “L’unica cosa che mi disturba - dirà il vero Bjorn Ulvaes - è che ci rappresentino parlando con un accento che ci fa sembrare lo chef svedese dei Muppets. Non mi so spiegare il loro successo, ma se la gente non può avere l’originale…” (6).

Ma altri ben più autorevoli tributi vennero imprevedibilmente pagati alla memoria degli Abba in quell’anno: basti pensare che gli U2 nello Zoo Tour eseguivano dal vivo Dancing Queen, mentre gli Erasure addirittura confezionarono un EP chiamato Abbaesque, contenente le loro reinterpretazioni di Lay Your Love On Me, Voulez Vous, SOS e Take A Chance On Me.
E sempre nel 1992 la Munich Philharmonic Orchestra dedicò un disco al gruppo svedese, reinterpretandone in chiave sinfonica alcune delle melodie più famose, come Fernando, Money Money Money, SOS, Waterloo. 

Interessante il giudizio sugli Abba che, in occasione della recensione di questo disco (per la cronaca piuttosto tiepida), Chuck Eddy propone su Rolling Stone: “Dopo tutto sono stati gli Abba che con maggior successo sono riusciti a trasformare il pop post-rock in una proposta del Vecchio Mondo, legando insieme antiche melodie non solo dalla nativa Scandinavia, ma anche dalle arene delle corride spagnole, dalla Oktoberfest tedesca e dalle convenzioni dei suonatori d’organo italiani” (5).  E forse è vero che la caratteristica più evidente degli Abba, e forse un po’ il loro limite, sia stata quella di essere la via europea alla musica pop; un approccio non appiattito sullo stile anglosassone, anche se disposto a confrontarsi con questo, ma impregnato degli umori dell’Europa periferica rispetto al centro dell’impero rock. Dirà al riguardo Bjorn Ulvaes “C’era una ben definita tradizione musicale che abbiamo condiviso in Svezia, dove siamo cresciuti ascoltando musica tedesca, italiana e svedese, oltre a quella anglo-sassone; nessun musicista americano o inglese è stato esposto a queste influenze.” (6)

Puntuale, nell’autunno del 1992, arriva l’antologia (Gold – Greatest Hits) in una, per l’epoca non scontata, doppia versione, disco e video. Nel recensirla per Vox Stephen Dalton coglie l’occasione per qualche riflessione, che suona anche come postumo riconoscimento per gli Abba: “Sebbene questa retrospettiva senza sorprese si dimentichi i frammenti più malinconici e stranianti della loro eredità, come The Day Before You Came e Head Over Heels, stampa agevolmente l’impronta luccicante degli stivali di pelle degli Abba in faccia ai gracili pretendenti della scena pop odierna. E’ un fatto: i Roxette hanno lo stesso management degli Abba. Amara ironia, o cos’altro?” (7) 

Sembrerebbe un lungo accompagnamento per una riunione degli Abba, ma è lo stesso Ulvaes a smentire che questo possa accadere: “Semplicemente non credo nei comebacks. Li ritengo patetici. (…) Un nostro ritorno alle scene rovinerebbe tutto quello che abbiamo fatto in passato. Oggi non ci sarebbe più quel carisma, quella intesa quasi magica che ci ha portato ad essere tra i gruppi pop più noti al mondo. Non sono mai stato un nostalgico.” (9)

Nella primavera del 1993 viene pubblicato un altro video, Live In Concert, riprese effettuate alla Wembley Arena, recensito con la consueta sufficienza da Steve Malins su Vox: “Ci troverete balletti di routine nei quali Agnetha e la goffa Frida barcollano sui tacchi cercando di apparire sexy. Le movenze di Frida diventano ancora più esagerate su Summer Night City, una canzone che segnò la, peraltro breve, trasformazione degli Abba negli anni ottanta.” (10)
Quasi nello stesso periodo esce il primo di una serie di libri dedicati agli Abba, Abba Gold: The Complete Story di John Tobler per Century 22. Per Patrick Humphries, che presenta il libro su Vox, lasciandosi scappare che il revival in corso degli Abba “ci dice tanto dello stato della musica oggi quanto dell’efficienza del Volvo-pop svedese”, Tobler “fa metodicamente ed acriticamente il cronista del fenomeno, fornendo anche una discografia completa” (11).

Nell’estate del 1993 altra ondata revival, con nuova antologia e video, entrambi intitolati More Abba Gold (nel 1996 il video di Abba Gold e More Abba Gold saranno ristampati insieme con il titolo Forever Gold). A proposito del video osserva Gandolfi su Ciao 2001: “Inutile dire che i video sono tutti figli di un’ingenuità pioneristica in questo campo e che paiono datati se non kitsch: quasi tutti costruiti nello stesso modo, in studio con playback. qualche effetto ottico primitivo e filmati di repertorio che ritraggono i quattro in esterni. Fa eccezione la conclusiva Happy New Year, diretta con mano registica più consapevole, che tenta la strada delle immagini a seguire il testo costruendo una storia piacevole” (12).

Nell’autunno del 1994 esce un altro libro sugli Abba, The Music Still Goes On di Paul Snaith, che però, stando alla recensione di Vox, è più un catalogo per appassionati che un vero libro critico: “Gli Abba, l’ultimo gruppo pop del megalitico ad abbattere le frontiere, meriterebbero un’analisi più rigorosa e penetrante di questa. Sarebbe meritoria un’analisi dello status da Super Trouper degli Abba nel contesto del mercato di massa della musica pop negli anni settanta, ma questo comunicato stampa dilatato che viene spacciato per biografia non lo fa.  Però, se siete appassionati di elenchi di date dei concerti, itinerari dei tour, cataloghi infiniti di posizioni raggiunte in classifica, dettagli sull’intera procedura di voto all’Eurofestival del 1974 e la insuperabile collezione di saliere di Anni-Frid, questo libro fa per voi.” (13)

E’ poi la volta, a dicembre del 1994, di una nuova antologia (Thank You For The Music) comprendente 66 pezzi, non solo i loro grandi successi ma anche una serie di inediti e brani live o rari; i severi critici inglesi non si fanno commuovere dall’intento filologico dei compilatori: “la maggior parte di questa misera aggiunta alla storia degli Abba avrebbe dovuto rimanere chiusa nell’ultimo cassetto di Benny e Bjorn; soltanto Put On Your White Sombrero e Dream World stillano qualche goccia di fascino. In particolare la seconda merita qualche attenzione, in quanto comprende una melodia che è stata successivamente massacrata dai ragazzi nella rockeggiante Does Your Mother Know.” (14)  Pressochè in contemporanea escono anche un video dal medesimo titolo (Thank You) con 36 brani per poco più di un’ora di musica, contenente anche alcune chicche per collezionisti, come video dei quattro componenti in versione solista all’inizio della carriere, e, per la casa editrice Century 22, Abba: The Complete Recording Sessions, libro scritto da un appassionato seguace del gruppo, Carl Magnus Palm, il quale descrive certosinamente tutte le sedute di registrazione degli Abba, con grande dovizia di dettagli, spesso insignificanti per chi non professi il culto del gruppo svedese, talvolta curiosi o divertenti, e con qualche commento di Bjorn e Benny. 
Nel 1995 anche Andrew Oldham, Tony Calder e Colin Irwin danno alle stampe un libro dedicato agli Abba, professando una fede assoluta con affermazioni parossistiche del tipo “i più grandi compositori del ventesimo secolo”; commentandolo bonariamente Susie Boone su Vox scrive “Nonostante la ripetitività, l’ossessione per le natiche di Agnetha ed il disordine cronologico da ubriachi al bar, si finisce per voler credere che gli Abba siano stati meglio dei Beatles.” (16)

La serie infinita delle antologie di cui mette conto parlare prosegue nel 1999 con Love Stories, greatest hits tenuto insieme dal fragile filo conduttore del raccogliere solo canzoni d’amore (come se gli Abba avessero mai parlato d’altro…).  Scrive Romani su Rockstar: “Erano così carini gli Abba, due coppie di innamorati giù a cantare insieme, così puliti (slavati) che la gente si innamorò subito di questo gruppo vocale (…). Ma avevano una pessima peculiarità, gli Abba: pop smielato e dalle melodie ultrascontate, da una parte, o architetture pretenziose e al massimo dell’enfatizzazione dall’altra.” (19)

Nel 1997 muore per un infarto Stig Anderson, il quinto Abba, che dopo lo scioglimento del gruppo aveva sperperato in investimenti sbagliati buona parte della fortuna accumulata con gli Abba, e aveva poi venduto la Polar alla Polygram.

Alla fine degli anni novanta si realizza uno dei sogni nel cassetto degli Abba che poco prima di sciogliersi avevano annunciato l’intenzione di fare un musical, parlandone anche con Tim Rice, co-autore di Jesus Christ Superstar ed Evita. 
Infatti, viene per la prima volta rappresentato il musical Mamma Mia, che diventa uno dei long seller di Broadway, rimanendo in cartellone per un decennio ed essendo visto da più di 40 milioni di spettatori; questo suscita una nuova ondata di popolarità del gruppo, sfruttata, come sempre, con uscite assortite di antologie e dvd: nel 2002 esce, in versione cd e dvd, anche raccolti insieme, The Definitive Collection, titolo non millantato, David Hutcheon definisce il dvd “168 minuti praticamente perfetti” (21) e il doppio cd antologico è la raccolta più completa che potete trovare del gruppo svedese; poi un film lungometraggio di un regista svedese, Lukas Moodysson, intitolato Together e, ancora, un bel dvd fatto anche di interviste e curiosità, The Winner Takes It All. 

Non meno successo della piece teatrale arride alla versione cinematografica di Mamma Mia, con la splendida Meryl Streep e Pierce Brosnan, che nel 2008, anche grazie alla nouvelle vague dei musical, fa saltare i box office in tutto il mondo.

 

 

* * * *

 

 

Insomma, nessuno può sostenere che gli Abba si siano ritagliati un posto nella storia della musica pop grazie a composizioni innovative o ad una ricca creatività.  Hanno in realtà percorso strade già molto battute, e spesso lo hanno fatto guidati non dall’impellenza dell’ispirazione, ma da un freddo calcolo commerciale.  Però nessuno può negare che molte delle loro canzoni siano entrate nell’immaginario collettivo in virtù di una certa grazia, che contraddistingue quelle più fortunate, e più spesso di una diabolica abilità nell’afferrare una melodia, un riff, un motivo di quelli non facilmente dimenticabili. C’è bisogno anche di questo, nella nostra vita.

 

Roberto Cappelli 

Bibliografia:

(1) Abba – The Official Site (http://www.abbasite.com/start);

(2) Recensione di Super Trouper di Maurizio Ferranti su Ciao 2001 no. 8 del 22 febbraio 1981;

(3) Recensione di The Singles – The First Ten Years di Colin Irwin su Melody Maker del 27 novembre 1982;

(4) Recensione di Abba – The Video Biography 1974-1982 di Steve Malins su Vox dell’ottobre 1991;

(5) Recensione di The Munich Philharmonic Orchestra Plays Abba Classic di Chuck Eddy su Rolling Stone (US) del 16 aprile 1992;

(6) The new originals di Martin Aston su Q del luglio 1992;

(7) Recensione di Gold – Greatest Hits di Stephen Dalton su Vox del novembre 1992;

(8) Recensione di Abba Gold – Greatest Hits (Video) di Steve Malins su Vox del novembre 1992;

(9) La vera storia degli Abba, intervista con Bjorn Ulvaes di Roberto Gandolfi su Ciao 2001 no. 5/6 del 9 febbraio 1993;

(10) Recensione di Live In Concert (video) di Steve Malins su Vox del maggio 1993;

(11) Recensione di Abba Gold: The Complete Story (libro) di Patrick Humphries su Vox del giugno 1993;

(12) Recensione di More Abba Gold (video) di Roberto Gandolfi su Ciao 2001 n. 29 del 27 luglio 1993;

(13) Recensione di Abba: The Music Still Goes On (libro) di Lucy O’Brien su Vox del settembre 1994;

(14) Recensione di Thank You For The Music (video) di Steve Malins su Vox del dicembre 1994;

(15) Recensione di Abba: The Complete Recording Sessions (libro) di Steve Malins su Vox del dicembre 1994;

(16) Recensione di Abba (libro) di Susie Boone su Vox dell’aprile 1995;

(17) Recensione di Thank You (video) di Fernando Fratarcangeli su Raro no. 53 dell’aprile 1995;

(18) Recensione di Forever Gold (video) di Fernando Fratarcangeli su Raro no. 73 del dicembre 1996;

(19) Recensione di Love Stories di Enrico Romani su Rockstar del febbraio 1999;

(20) Recensione di The Winner Takes It All (video) di Antonio Gaudino su Rockstar dell’aprile 2002;

(21) Recensione di The Definitive Collection (video) di David Hutcheon su Mojo dell’ottobre 2002;

(22) Abba: The Book di Jean-Marie Potiez, ed. Aurum, 2003.

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