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A PERFECT CIRCLE: storia e discografia

Il “supergruppo” è una delle figure retoriche della cultura rock: dicesi supergruppo una band costituita da musicisti già noti per la loro carriera come solisti o per essere o essere stati componenti di altri gruppi.  La storia della musica rock ne annovera numerosi esempi, talvolta con esiti artistici eccellenti (Blind Faith) o perfino straordinari (Four Way Street di Crosby, Stills, Nash & Young è indiscutibilmente un capolavoro), talaltra contrassegnati da un intento commerciale più che da un’affinità elettiva (come i pur piacevoli Traveling Wilburys).
A questa categoria appartengono anche gli A Perfect Circle, ensemble originario di Los Angeles, la cui variabile formazione è imperniata sul giustamente celebre cantante dei Tool, Maynard James Keenan (che, secondo Federico Guglielmi, “vanta carattere e doti tecniche direttamente proporzionali alla scarsa affabilità” (2) e, secondo Bongarcon “ha fatto della sua fobia nei confronti della troppa esposizione pubblica e dell’apparire in pubblico un vero e proprio gioco di scena” (3)) e sul meno noto, ma vero propulsore dell’iniziativa, Billy Howerdel, con un passato da tecnico del suono per Nine Inch Nails, Tool, David Bowie, Smashing Pumpkins, Faith No More e Fishbone.
I due si conobbero durante una tournée che accomunava Tool e Fishbone, nel 1993.  Strinsero amicizia e, qualche tempo dopo, si ritrovarono a condividere un appartamento a Los Angeles; fu così che Keenan scoprì che il sogno di Howerdel era quello di abbandonare la console a favore della chitarra per suonare le proprie interessanti composizioni e insieme iniziarono a fantasticare sulla possibilità di formare un gruppo.  Il sogno sembrava destinato a rimanere tale, come la maggior parte dei suoi colleghi, vista la impegnata e fortunata carriera che Keenan stava conducendo con i Tool, quando quella che nella scheda dedicata ai Tool descriveremo come una circostanza sfortunata, ossia la controversia per problemi contrattuali con la loro precedente etichetta, la Freeworld Entertainment, imporrà un temporaneo stop alla attività del gruppo, liberando inaspettatamente Keenan per il progetto con il suo amico Howerdel.
Per un progetto che vedeva nelle sue file un cantante tanto noto (i Tool avevano all’epoca un seguito magari non oceanico come quello degli U2 o dei REM, ma caratterizzato da una fedeltà ai limiti del fanatismo e MJK ne era indiscutibilmente il frontman) non fu certo difficile coagulare intorno alla coppia fondatrice altri musicisti di vaglia: il line-up della prima formazione degli A Perfect Circle fu rapidamente completato con la bassista / pianista di origine argentina Paz Lechantin, che suonava con Howerdel quando ancora il progetto A Perfect Circle era solo un sogno senza nome; il chitarrista Troy Van Leeuwen; il bassista Danny Lohner, un ex-roadie di Tool, David Bowie e Nine Inch Nails; e infine il batterista Tim Alexander, già nei Primus.
Il neo-costituito gruppo prende il nome da un verso di una delle sue prime canzoni, Orestes, e completa la propria preparazione con alcuni concerti nella seconda metà del 1999 (esordio assoluto il giorno di ferragosto alla Viper Room di Los Angeles), mettendo in mostra un sound di non facile definizione: atmosfera generale decisamente hard rock, ma senza violenza bruta, piuttosto una manifestazione di potenza che non disdegna la linea melodica e diverse suggestioni a venare la purezza del genere.

CAPITOLO 1 -    2000 – MER DE NOMS

La prima prova discografica degli A Perfect Circle vede la luce il 23 maggio del 2000 ed è subito gratificata da un grande successo: vende 188.000 copie nella prima settimana e sale immediatamente al 4° posto nella classifica di Billboard. Resterà in classifica per 51 settimane e sarà disco di platino certificato dalla RIAA già in ottobre.
La recensione di Chiara Papaccio su Rockstar è decisamente positiva; soffermandosi sulla provenienza dei musicisti sottolinea che non ci si trova dinanzi ad un clone stilistico dei Tool: “Mer de Noms dimostra la duttilità della voce di Keenan attraverso canzoni a tratti quasi delicate, con storie diverse da quelle cui i Tool ci hanno abituato. Meno disperazione, più sentimento. Più che il classico metal, le atmosfere di questo disco citano Soundgarden e primi Alice In Chains, riprendendo le sonorità meno abusate del genere grunge” (1), per poi concludere assegnando al disco un lusinghiero 7,5 ed esprimendo l’auspicio che gli APC siano in grado di “contrastare a suon di (bella) musica certo teen pop demenziale”.
Anche Federico Guglielmi sul Mucchio Selvaggio confessa di aver accantonato per lungo tempo il disco prima di sentirlo a causa di un pregiudizio sui side projects, ma poi se ne professa entusiasta: “Mer de Noms è un gran bell’album. Interessante a livello di soluzioni adottate e assai suggestivo all’ascolto, in virtù di un accurato e policromo lavoro di amalgama dove il crossover metallico si lega a elaborate architetture melodiche che evocano atmosfere di sapore progressive. Un efficace ed emozionante incontro, insomma, tra le splendide performance di un Keenan forse mai così versatile e le brillanti intuizioni di musicisti in possesso di una creatività senza barriere, capaci di trovare un perfetto equilibrio tra molti generi diversi – ci sono, come già detto, l’hard e il prog, ma non mancano affondi psichedelici, spunti classicheggianti, aperture pop, fantasie filo-sperimentali, sprazzi quasi dark e digressioni di vago sapore folk – e dipingere una serie di pannelli che assieme vanno a comporre un polittico tanto schizofrenico quanto dotato di una sua pur visionaria coerenza.” (2)
Dal disco vengono tratti tre singoli, Judith (una delle loro canzoni più famose, così intitolata in omaggio alla mamma di Keenan, rimasta paralizzata a seguito di un ictus quando il cantante aveva solo 11 anni), 3 Libras e The Hollow.
Per promuovere il disco, dopo aver fatto da spalla al Fragility Tour dei Nine Inch Nails per un mese, in luglio programmano un giro promozionale, con interviste ed esibizioni in piccoli club, che in realtà cresce sino a diventare una tournée che tocca Europa, Australia, Giappone e Canada grazie alla risposta del pubblico. Bongarcon, che li segue in tre tappe, nel segnalare che il Melkweg, club di Amsterdam, è pieno come un uovo e molta gente è rimasta fuori, proclama: “Sono un supergruppo! Un suono enorme, carico e pieno di contenuti, qualcosa di tipicamente yankee”, e di fronte ad una così impegnativa affermazione Howerdel non si nasconde: “Se vuoi dire che gli APC stanno prendendo il testimone di un certo tipo di musica che gli Smashing Pumpkins stanno invece abbandonando, allora lo prendo come un complimento.” (3)
Dal vivo eseguono anche un medley di Love Song dei Cure e Diary Of A Madman di Ozzy Osbourne intitolandolo “Ozzy’s Cure”.  Judith (della quale verrà pubblicata una versione remix dei Nine Inch Nails) è il loro brano più amato e viene suonato nei bis. Metallo e melodia sembrano le loro caratteristiche principali, con un suono che dal vivo diviene più profondo e pesante di quello su disco.  Secondo Bongarcon, ai loro concerti si presenta un pubblico molto vario: “dall’hardrocker all’amante della fusion, dal fan di musica pop a chi predilige le belle melodie”. (3)  Sulle molte, secondo lui troppe, influenze che si riscontrano nella loro musica si sofferma anche John Petkovic nella sua cronaca, non molto positiva, di un concerto all’Agora Theater di Cleveland: “Il quintetto di Los Angeles ha tagliato a fette e cubetti quattro decadi di rock darkeggiante. Tracce di gotico, metal, art rock, psichedelia e persino folk hanno legato 75 minuti di show.” (4)
Naturalmente, data la natura di supergruppo, e gruppo parallelo ai Tool per Keenan (che nei concerti con gli APC copre la sua caratteristica testa rasata con una fluente parrucca bionda, metafora del suo sdoppiamento tra Tool e APC), non è facile predire grande stabilità futura, e Keenan stesso, per sua natura volubile, non sembra intenzionato a prendere impegni: “Durerà tutto il tempo che deve durare. Non mi sento legato a nulla e continuerò a cantare con gli A Perfect Circle finchè ci sarà qualcosa di interessante da dire e fare.” (3)
Rolling Stone inserisce il disco tra i migliori 50 album del 2000.

CAPITOLO 2 -  2001 / 2003 – THIRTEENTH STEP

Risolti i propri problemi contrattuali, i Tool riescono a ritornare attivi nel 2001 (a maggio esce il loro terzo disco, Lateralus) e per la inevitabile logica dell’alternanza sono gli A Perfect Circle ad andare in soffitta per qualche tempo: quanto tempo nessuno lo può dire, e se il buon Howerdel è disposto ad aspettare quanto necessario, molti degli altri componenti non si possono permettere le incertezze legate alla disponibilità di Keenan.  Ne consegue un vigoroso rimpasto nella formazione che alla fine, quando Keenan si libera dagli impegni con i suoi compagni (che dopo il lancio del disco hanno contemplato anche un lunghissimo tour), si reca in sala di registrazione per la preparazione del secondo lavoro.
Troy Van Leuween si accasa con i Queens of the Stone Age ed anche la fida Paz Lechantin si accorda con Billy Corgan per far parte della prima formazione degli Zwan. Se ne vanno anche il bassista Danny Lohner e il batterista Tim Alexander.  Tuttavia la natura di supergruppo degli A Perfect Circle non viene intaccata, perché anche i nuovi arrivi hanno trascorsi di tutto rispetto: la chitarra passa a James Iha, già con gli Smashing Pumpkins, al basso entra Jeordie White (conosciuto anche con il nome d’arte Twiggy Ramirez) dei Marilyn Manson e alla batteria si accomoda un rinomato session man come Josh Freese.  Complessivamente, la seconda formazione del gruppo è forse tecnicamente ancora più compatta e potente della prima.
Prima della pubblicazione del disco un breve tour e la partecipazione a Lollapalooza per scaldarsi.  L’album esce il 16 settembre 2003 e fa meglio anche del predecessore, esordendo direttamente al 2° posto della classifica di Billboard, vendendo nella prima settimana 231.000 copie, restando in classifica per 78 settimane e diventando disco di platino.
In un’occasione Keenan ha dichiarato che il titolo del disco si riferisce al fatto che il 2003 è stato il tredicesimo anno di permanenza di Keenan a Los Angeles; ma c’è chi ha offerto anche spiegazioni più elaborate partendo da un’altra dichiarazione di Keenan secondo cui il disco “è un album concept in cui ogni canzone affronta il tema della dipendenza da un diverso punto di vista”. L’espressione “tirteenth stepping”, infatti, viene usata dagli alcolisti anonimi (il cui programma di recupero viene detto “12-step program” perché prevede dodici fasi) per indicare la riprovevole proposizione di avances sessuali a persone non ancora uscite dalla dipendenza da alcol. (10)
L’album è cupo e potente, e anche quando l’energia è trattenuta la si sente ribollire nel profondo; ma non è mai forza bruta, né il loro sound si può mai tacciare di rozzezza. Al contrario è evidente che è stata prestata una grande attenzione alla confezione e all’arrangiamento, in modo non comune per gruppi dark.  Questo senza dubbio toglie qualcosa in termini di spontaneità, ed a volte, pur nel quadro di un lavoro senz’altro interessante, si avverte, un senso di inconcludenza dietro la musica ad effetto, come un’acqua che evapora rapidamente, senza lasciare tracce. 
Molti di coloro che hanno recensito il disco hanno sottolineato l’estrema varietà delle suggestioni musicali presenti nel loro sound: effettivamente ascoltandoli non è possibile sottrarsi alla suggestione dei paragoni, ma le influenze sono così disparate che non si può non riconoscere che hanno creato una miscela comunque originale.  
I brani migliori: The Package è giocata sul contrasto tra la lunga introduzione tenuta su di un registro basso, ancorchè vibrante, e l’esplosione delle chitarre metal nella parte centrale: un po’ Led Zeppelin, un po’ Blue Oyster Cult, con il bonus del bel timbro espressivo della voce di Keenan. Anche The Noose parte da una landa remota e poi si allarga con una cadenza anthemica: sicuramente dei Led Zeppelin hanno studiato a fondo la lezione sull’importanza del contrasto tra piano e forte. In Blue si ritrova la caratteristica base vibrante su cui si innesta un crescendo melodico di sapore psichedelico. Un più convenzionale metal contrassegna The Outsider, comunque emozionante in certi cambi di marcia: si comprende che il gruppo non è di grana grossa proprio ascoltando brani meno caratterizzati.  Infine Gravity, una ballata metallica.
I singoli sono Weak And Powerless, Blue e The Outsider.
A Rockstar il disco piace molto, come testimonia l’immaginifica recensione di Fabrizio Massignani: “Nelle dodici tracce che compongono il disco ondate di malinconia moderna salgono come marea maligna di un giorno grigio, mentre la band indaga malesseri e sconfitte miscelando ritmo, scatti, chitarre liquide e la voce devastata di Maynard Keenan, vero menestrello del terrore. Ne scaturisce un sound hard psichedelico morboso e strisciante, che innalza mostri di bellezza con la fuga di Weak And Powerless, l’intricata struttura di The Noose e l’efficacia della nervosa The Outsider.” voto **** (5)
Robert Cherry commentando l’album per Rolling Stone ha scritto: “Gli A Perfect Circle sono uno di quei rari supergruppi, un collettivo di musicisti veterani che insieme effettivamente finiscono per dare qualcosa di più della mera somma delle loro individualità. Thirteenth Step non cerca di costringere gli ascoltatori alla sottomissione, ma li culla con chitarre ronzanti, con un basso profondamente dub e con parti vocali frementi.” (6) voto ***
Dopo la pubblicazione dell’album si dedicano ad una tournée, in parte come spalla dei Deftones, nel corso della quale vengono per la prima volta in Europa (suonano anche a Roma, Rimini e Milano).

CAPITOLO 3 - 2004 – eMOTIVe

Mutuando una espressione utilizzata nell’editoria, il terzo disco degli A Perfect Circle, intitolato eMOTIVe, si potrebbe definire un instant album, preparato in vista delle elezioni americane del 2004 e, non a caso, pubblicato proprio il giorno delle elezioni (il 2 novembre).  
Anche questo lavoro ottiene lusinghieri risultati appena uscito: va dritto al 2° posto della classifica di Billboard e nella prima settimana vende 140mila copie, ma sarà “solamente” disco d’oro.
L’album, nel quale ricompare (al piano) Paz Lechantin, è composto principalmente da cover di musicisti, spesso dal forte impegno politico. Ci sono brani bandiera, come What’s Going On di Marvin Gaye o una dolente versione di Imagine  di John Lennon, ma anche Gimmie Gimmie Gimmie dei Black Flag e Freedom Of Choice dei Devo; altri autori omaggiati, Memphis Minnie (ma con un brano reso famoso dai Led Zeppelin, When The Levee Breaks), Depeche Mode, Joni Mitchell, Fear e Nick Lowe. Due gli inediti: Counting Bodies Like Sheeps To The Rhythm Of The War Drums (che ha lo stesso testo di Pet, un brano apparso su Thirteenth Step) e Passive. Quest’ultima, già nel repertorio della band con il titolo Vacant, è una canzone che Keenan dirà essere nata dalla collaborazione tra lui, Howerdel e Trent Reznor (leader dei Nine Inch Nails), “passata attraverso almeno venti diverse incarnazioni”. Passive sarà successivamente utilizzata nella colonna sonora del film Constantine, con Keanu Reeves and Rachel Weisz, uscito nel 2005, in piena era Bush Jr.; in tale occasione, Keenan attribuisce alla canzone un’ispirazione politica: “Ha molto a che vedere con l’apatia. Io credo che tanti dei problemi di questo paese dipendano da un volontario sonno della gente. Stanno permettendo a questo governo di manipolare le loro decisioni senza essere realmente coinvolti.” (9). 
La recensione di David Minervini su Rockstar è entusiasta: “E’ possibile raccontare la guerra attraverso vecchie canzoni di pace? Questa domanda è stata all’’origine di un concept che rigurgita parole e melodie ascoltate mille volte in un fiotto di bilioso rock disturbato dall’elettronica. (...) L’apice tragico del disco arriva con la cover di “Imagine”: il brano si carica di un incedere pesante e, attraverso intensi accordi minori, trasfigura l’ottimismo lennoniano in una devastante presa d’atto dell’impotenza della coscienza umana al cospetto della folle logica del potere e della prevaricazione. (...) Un disco fatto su misura per la voce di Maynard, che realizza il suo personale capolavoro” (12) voto ****

Anche Emilio Cozzi, su Rolling Stone, ne rimane, come scrive lui stesso, stregato: “Un risveglio kafkiano. O un party alla Pinter.  Questo immagini scoprendo il lato oscuro di Imagine nella rivisitazione che più bella non si può degli A Perfect Circle. (...) Ci sono la malinconia di Marvin Gaye portata all’estremo, la tensione dei Black Flag filtrata digitalmente, la decadenza dei Depeche Mode amplificata. Memphis Minnie in una rilettura sognante. Ma è quando arriva la Joni Mitchell a cappella di Fiddle And The Drum che capisci quanto Emotive sia perfetto nel cogliere lo spirito dei tempi.” (13 – voto ***+) 
Negativo, invece, il commento di Damir Ivic sul Mucchio Extra, che dopo aver lodato l’idea di fare un disco di cover rieseguite con personalità ed aver apprezzato la resa della iniziale Imagine, confessa la sua delusione: “Quando però si arriva a What’s Going On è come se all’improvviso crollasse qualcosa, come se Maynard e i suoi apparissero senza trucco dopo il peggiore dei risvegli mattutini.  No, non si può fare una cosa del genere a Marvin Gaye.  Non si può svuotare completamente di soul una canzone che è fatta di pura anima e trasporto.  (...) Non si capisce bene dove gli A Perfect Circle vogliano andare.  Così come si capisce dove non dovevano andare: ad esempio probabilmente era meglio lasciar stare i Devo, uno di quei gruppi che, davvero, puoi fare la musica dei Devo solo se sei i Devo.  (...) Sia chiaro, gli A Perfect Circle hanno maestria tecnica suprema, eleganza di tocco, grammatica musicale.  Ma nemmeno ripetuti ascolti riescono a far amare eMotive come sarebbe bello amarlo” (13) voto *
Due settimane dopo viene pubblicata anche un’antologia combinata CD/DVD chiamata eMOTION, che raccoglie tutti i video e versioni remix dei loro brani più importanti: soprattutto la parte video contiene alcune chicche particolarmente interessanti, come il video di Judith, diretto da David Fincher, regista di Seven e Fight Club o quello di 3 Libras, realizzato da Paul Hunter. Con questo scade il contratto con la Virgin, ad oggi non sostituito.

CAPITOLO 4 - 2005 / 2010 – EPILOGO?

Il gruppo, costretto a sfruttare i ritagli di tempo che i Tool lasciano a Keenan, era geneticamente condannato alla precarietà; un po’ come un’amante, costretta a sperare che l’adultero si decida a lasciare la moglie.  Ma come molto spesso accade nella vita, anche in questo caso il fedifrago Keenan non aveva alcuna intenzione di abbandonare il tetto coniugale, e dopo il terzo lavoro le apparizioni degli APC si rarefanno, per lasciare spazio a periodici annunci di nuovi lavori o improbabili riunioni, regolarmente smentite dai fatti.
In un’intervista nel 2006 Keenan dichiarò che, secondo lui, gli A Perfect Circle dovevano considerarsi sciolti, fornendo anche una spiegazione “altruistica” (“Ho pensato che fosse giusto lasciare a Billy la possibilità di esplorare le propre possibilità. E’ stato duro per lui passare dall’essere un tecnico del suono dei Tool ad essere membro di un gruppo con un cantante famoso e vanitoso e dover vivere nella sua ombra. Era importante per Billy poter fare le sue cose, esplorare veramente il suo sound e far sentire alla gente quello che ha da dire, e poi torneremo a fare qualcosa come A Perfect Circle”, Revolver del dicembre 2007, citato in (10)), salvo ripensarci nel 2009 e annunciare il ritorno degli APC per il 2010, ma per una o due canzoni solamente, probabilmente da mettere in rete su internet, senza pubblicarle come un cd (definiti da Keenan come “pezzi di plastica dei quali non importa più niente a nessuno” (10)).
Intanto Howerdel, prendendo alla lettera l’esortazione di Keenan alla emancipazione, fonda una nuova band, dal nome Ashes Divide.
In realtà nell’aprile 2009 viene pubblicato un EP contenente quattro brani, nessuno dei quali inedito: tre dal vivo (una versione acustica di Sleeping Beauty, Magdalena e Brena) e un demo di Orestes.
Nessuno può dire se il futuro ci riserverà qualche nuovo appuntamento con Howerdel e Keenan: in fondo, se è vero che raramente i mariti lasciano le mogli, è anche vero che piuttosto spesso si ritrovano con le amanti…

 

ROBERTO CAPPELLI

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

(1) Recensione di Mer de Noms di Chiara Papaccio su Rockstar no. 8 dell’agosto 2000.

(2) Recensione di Mer de Noms di Federico Guglielmi su il Mucchio Selvaggio no. 408 del 5 settembre 2000.

(3) Live machine di Yves Bongarcon su Rock Sound no. 29 del settembre 2000.

(4) Recensione del concerto all’Agora Theater di Cleveland del 26 agosto 2000 di John Petkovic su Rolling Stone (US) no. 851 del 12 ottobre 2000.

(5) Recensione di Thirteenth Step di Fabrizio Massignani su Rockstar no. 10 dell’ottobre 2003.

(6) Recensione di Thirteenth Step di Robert Cherry su Rolling Stone (US) no. 932 del 2 ottobre 2003.

(7) Sito internet www.aperfectcircle.it

(8) Sito internet http://it.wikipedia.org/wiki/A_Perfect_Circle

(9) Sito internet www.aperfectcircle.com

(10) Sito internet http://en.wikipedia.org/wiki/A_Perfect_Circle

Sito internet http://www.musicmight.com/artist/usa/a+perfect+circle

(12)   Oltre le stelle: Thirteenth Step di Testani, Besselva, Guglielmi e Pasini su Il Mucchio Selvaggio no. 570 del 16 marzo 2004.

(13)      Recensione di eMOTIVe di Emilio Cozzi su Rolling Stone (IT) no. 14 del dicembre 2004.
(14)    Recensione di eMOTIVE di Damir Ivic su Mucchio Extra no. 17 della Primavera 2005.
(15)    Recensione di eMOTION di Enrico Romani su Rockstar no. 293 del gennaio 2005.

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