A HOUSE: storia e discografia

Non inganni l’appartenenza politica al Regno Unito; molto più di quanto non sia accaduto a Scozia e Galles, musicalmente integrate nel quadro inglese, l’Irlanda ha mantenuto una sua orgogliosa individualità che impone di riconoscere al movimento rock irlandese una collocazione a sé stante.

    Gli A House fanno parte di questa fertile scuola, essendosi costituiti a Dublino nella seconda metà degli anni ’80 dopo lo scioglimento di un gruppo chiamato Last Chance nel quale molti dei suoi componenti militavano.

Il leader indiscusso è Dave Couse, cantante, compositore della maggior parte delle canzoni e front-man. La storia dei loro esordi non è diversa da quella della maggior parte delle rock band: i primi concerti, un crescente seguito locale e infine l’approdo ad un’etichetta indipendente, nella fattispecie la gloriosa Blanco y Negro (cui siamo debitori, tra gli altri, del lancio di Jesus & Mary Chain).

Con loro incidono il disco d’esordio, “On Our Big Fat Merry Go Round”, nel 1988, che in Italia ottenne subito consensi; ad esempio Andrea Langè, pur ammettendo onestamente di non sapere nulla del gruppo (e doveva essere vero, visto che li definì inglesi), scrisse sul Buscadero: “Influenzato dal suono Creation, reso leggermente più duro, e da atmosfere alla Lloyd Cole & The Commotion; il tutto amalgamato alla personalità degli A House. Pop chitarristico e una leggera dose di psichedelia scorrono quindi dai solchi di questo vinile che ha il pregio di non conoscere la parola monotonia, infatti le composizioni si evolvono in molteplici direzioni. Tutto questo ha contribuito a dar vita ad un prodotto piacevole e di buona fattura.” (2)

Fernando Fanutti, che lo recensì per Rockerilla dimostrando di essere più informato del suo collega, fu altrettanto generoso di elogi: “Tanto per cambiare ancora una volta un prodotto irlandese si impone per la travolgente vena ispirativa, l’incrollabile forza interiore che anima Dave Couse e soci. (…) On Our Big Fat Merry-Go-Round non è disco zuccheroso, non adopera mai le subdole armi della malinconia, piuttosto ci regala intatta ancora una volta l’energia che anima questo fantastico popolo irlandese, che sembra intento in questi anni a stabilire nuovi primati nel rock, certamente nuovi modi di fare.” (3)

Il contenuto, ma soddisfacente, successo del disco valse ai nostri un viaggio premio negli USA, come spalla dei Go-Betweens nel loro tour americano.

Il secondo disco, I Want Too Much, registrato sull’isola di Inishboffin e pubblicato nel 1990, riceve nuovamente critiche molto positive: ad esempio Davide Sapienza così recensisce il disco: “I Want Too Much è quasi un piccolo capolavoro: il cesello minuzioso di melodie lontane e vicine, la scrittura particolareggiata di “13 Wonderful love songs”. Insomma, una nidiata di spiumati galletti che si credono campioni e con lo scudetto dell’armonia e che improvvisamente travolgono ogni logica e retorica del songwriting di quasi tutti i loro contemporanei. Now That I’m Sick, per esempio, fa sul serio: ma un accordo aperto diventa un riff ed è difficile non restare coinvolti dal suo incedere inesorabile. (…) Un sentore di classico aleggia su Marry Me e la title-track; sono le reminiscenze di altri guru del genere, gli XTC di sua genialità Andy Partridge (…), Manstrong per un momento mostra ‘una casa’ com’è dentro, molto profonda, interessante e intelligente.” (4)

 

Non meno positivo il giudizio di Fernando Fanutti, che già si era entusiasmato per il disco d’esordio e che ancor più apprezza questa seconda prova: “Bring Down The Beast ben può essere il brano simbolo di questo nuovo e stupendo album a nome “I Want Too Much”: è lo spirito irlandese che trabocca, l’inesauribile voglia di trasgredire le regole del rigore formale. Il suono ha acquistato corpo e peso specifico senza perdere l’entusiasmo devastante che ben si concretizza nelle incontinenze vocali del simpatico e bravo Dave Couse. (…) I Want Too Much è serrato e furente, stimola entusiasmi e passioni, aiuta a credere nel futuro.” (5)

La critica applaude, ma le vendite non sono eccezionali e la Blanco y Negro non si fa commuovere: gli elogi non salvano il gruppo dalla risoluzione del contratto e Dave Couse e soci si accasano con la etichetta indipendente londinese Setanta, specializzata nella musica di provenienza irlandese.

Non sappiamo se quelli della Blanco y Negro abbiano avuto modo di pentirsi della loro decisione, ma il terzo disco degli A House, primo registrato con la Setanta e pubblicato nel 1991 con il titolo I Am The Greatest sarà la migliore opera del gruppo.  

A fare da battistrada, qualche mese prima dell’uscita del cd, un EP chiamato Bingo, che già contiene il brano di maggior richiamo dell’intera produzione degli A House, Endless Art, una potente base musicale sulla quale Dave Couse declama i nomi e i luoghi e date di nascita e di morte di una serie di artisti, da Andy Warhol a Elvis Presley, da Jackson Pollock a John Lennon, da William Shakespeare a Tennessee Williams.  Una buona idea che, sia per il drammatico accompagnamento musicale che per la forza evocativa di quella lista di talenti perduti, conquista immediatamente il pubblico, tanto da convincere gli A House a ripubblicare la canzone come singolo.  Tra l’altro quindici anni più tardi, nel 2006, quando gli A House saranno solo un ricordo, Dave Couse ne pubblicherà una nuova versione (“More Endless Art”) in cui la lista originale sarà sostituita da un diverso elenco di nomi di artisti scomparsi (tra i quali anche la nostra Eleonora Duse). 

Quando esce I Am The Greatest può quindi godere dell’abbrivio costituito dal fortunato singolo, ma tutto l’album, brillantemente prodotto da Edwyn Collins degli Orange Juice (che dà il suo contributo anche alle armonie vocali), si rivela di eccellente qualità, ricco di energia e di melodie mai banali.  La formazione che registra il disco è ridotta ad un trio, essendo uscito, non sostituito, il batterista Dermot Wylie; dietro la batteria siede Dave Dawson, ma da turnista.

 

Non sorprende, quindi, che la critica, già molto benevola con i meno fortunati album precedenti, non risparmi apprezzamenti per questa opera della definitiva maturità degli A House. Da noi scrive Carlo Costamagna: “Gli A House hanno realizzato con I Am The Greatest un’opera ingegnosa, ispirata, ricca di accenti melodiosi. Il trio dublinese (…) si è sempre dimostrato poco incline alle regole del mainstream ed anziché seguire i sentieri battutissimi delle consuetudini pop ha sempre privilegiato le combinazioni più complesse dell’espressione rock. La loro musica è organizzata intorno a ritmiche che si muovono tra genialità e follia. In I Am The Greatest, eccezionalmente prodotto da Edwyn Collins, è facile incontrare magici ed istantanei incanti pop quali “Take It Easy On Me” e “Cotton Picks”, songs quasi REM, appena più oblique.” (6)

La recensione di Costamagna mi gettò nello sconforto, perché alcune delle canzoni citate nel suo articolo (tra cui anche la Cotton Picks menzionata nell’estratto sopra riportato) su I Am The Greatest (o almeno sulla copia in mio possesso) non c’erano…  All’epoca mi torturai inutilmente (bhè, appena un poco), senza venire a capo del mistero, che il sito degli A House mi ha oggi svelato: la copia di Costamagna era la versione inglese, la mia quella americana, chissà perché editata diversamente: credevo non lo facessero più dai tempi dei Beatles!

Ma, anche se non abbiamo sentito proprio lo stesso disco, il mio giudizio è allineato a quello di Costamagna: I Am The Greatest è un gran bell’album, pieno di energia, di idee e mai banale.

C’è da dire che la nostra non è un’opinione isolata; infatti quando il quotidiano The Irish Times ha compilato la classifica dei primi 40 dischi della storia della musica irlandese, I Am The Greatest ha conquistato un lusinghiero terzo posto (non scordiamoci che in competizione c’erano musicisti come Van Morrison e gli U2…).

Nel 1992 viene pubblicato un secondo singolo tratto dall’album, e, non sorprendentemente, la scelta cade su Take It Easy On Me, canzone in puro stile pop, ma pervasa dall’energia che scorre in (quasi) tutti i solchi del disco, con una melodia che si conficca nella mente dell’ascoltatore e non ne esce facilmente.

Purtroppo, come spesso accade, una volta raggiunta la vetta si ricomincia a scendere: il disco successivo, Wide Eyed And Ignorant, uscito nel 1994, sebbene possa vantare il singolo degli A House che ha raggiunto la posizione più alta nelle classifiche britanniche (Here Come The Good Times, che arriva al 37° posto), non ottiene grande attenzione e certamente non si avvicina neanche alla qualità del suo predecessore.

Dopo un altro album poco incisivo come No More Apologies, uscito nel 1996, il gruppo si scioglierà definitivamente nel 1997, con un concerto d’addio tenuto all’Olympia Theatre di Dublino, ancora ben vivo nella memoria di quanti vi presero parte per la gran profusione di emozioni e commozioni che generò.

Significativo, soprattutto per un paese come l’Irlanda che ha uno smisurato orgoglio nazionale, che in occasione dei mondiali di calcio del 2002 sia stata scelta una loro canzone, “Here Come The Good Times” come inno ufficiale della nazionale irlandese.  Naturalmente la Setanta non perse tempo e cavalcò l’ondata di nostalgia generata da questo inatteso recupero pubblicando un’antologia intitolata “The Way We Were” che scalò rapidamente le classifiche irlandesi fino a collocarsi al decimo posto.

 

 

Dopo lo scioglimento Dave Couse ha avviato una carriera solista non troppo ricca di soddisfazioni.

 

 

ROBERTO CAPPELLI

 

BIBLIOGRAFIA:

(1) Voce “A House” da Wikipedia;

(2) Recensione di “On Our Big Fat Merry Go Round” di Andrea Langè, Buscadero no. 87, dicembre 1988;

(3) Recensione di “On Our Big Fat Merry Go Round” di Fernando Fanutti, Rockerilla no. 104, aprile 1989;

(4) Recensione di “I Want Too Much” di Davide Sapienza, Velvet no. 22, luglio 1990.

(5) Recensione di “I Want Too Much” di Fernando Fanutti, Rockerilla no. 121, settembre 1990.

(6) Recensione di “I Am The Greatest” di Carlo Costamagna, Rockerilla no. 136, dicembre 1991.

(7) Sito ufficiale di A House, www.zop.ca

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