A TRIBE CALLED QUEST: storia e discografia

Capitolo 1 - Gli esordi

 

A New York c’è una scuola superiore che si è guadagnata più di una citazione nella storia della musica hip hop: si tratta della Murry Bergtraum High School (foto accanto), tra i cui banchi, nella seconda metà degli anni ottanta, sedevano i futuri componenti di gruppi quali i Jungle Brothers e i De La Soul.  Oltre a loro, la scuola situata a Lower Manhattan, vicino al Ponte di Brooklyn, era frequentata anche da Malik Taylor, classe 1971, che nella nostra storia assume il nome di Phife; Jonathan Davis, classe 1970, meglio noto come Q-Tip; e Alì Shaheed Muhammad, classe 1971.

I tre, con l’appoggio esterno di un altro compagno di scuola, Jarobi, dettero vita al terzo gruppo importante della scena hip hop partorito dalla scuola di economia: gli A Tribe Called Quest.  Il ruolo di Jarobi, dal punto di vista musicale, sarà del tutto marginale, ma gli stessi compagni non esitano, su My Space, a definirlo “membro onorario” del gruppo che ha costituito una “presenza fissa nel cuore e nell’amiciza” (23).

Il loro primo nome era Quest; la denominazione definitiva gli sarebbe stato dato da Afrika, componente dei Jungle Brothers e, come detto, loro compagno di scuola.  Per spiegarlo Johnny Dee (6) dice che “Tribe evidenzia una forte propensione per l’ideologia africana e afro-centrica. Quest, cioè ricerca, è invece un segnale della loro perenne sete di conoscenza e di informazioni”.  Secondo Q-Tip “A Tribe Called Quest è una tribù in cerca, in viaggio, in perlustrazione attraverso molte cose e ciò che vediamo lo interpretiamo. Cerchiamo la liberazione musicale e quella mentale.” (7)

Il gruppo si costituì nel 1985 (23), ma è il 1989 l’anno in cui gli A Tribe Called Quest fanno la loro prepotente apparizione sulla scena, con il loro primo singolo intitolato “Description Of A Fool” (1989), il cui testo metteva in berlina le attitudini del maschio di Neanderthal in un modo che appariva un atto di accusa nei confronti del machismo di gangsta rappers come i NWA (11), primo assaggio di un approccio all’hip hop ben diverso da quello allora corrente. 

Nello stesso anno Q-Tip, chiaramente già il leader, viene presentato dai De La Soul nel brano Buddy e poi partecipa come ospite a tutti i principali dischi pubblicati in quell’anno dei rappers del movimento cd. Native Tongues (oltre ai De La Soul, i Jungle Brothers e Queen Latifah).  

Infine, a completamento di un anno importante, gli ATCQ firmano il contratto con la Jive, con la quale, nel 1990 pubblicano un 12” in vinile verde contenente quella che resterà una delle loro canzoni più note, “I Left My Wallet In El Segundo” (1990) che sarà poi riproposta nel primo disco; vagamente imbarazzato dal successo di questo pezzo, Q-Tip dirà “è sostanzialmente una canzone stupida, ma è un modo per farci conoscere e poi presentare anche il resto” (7). Sul lato B un brano intitolato (casualmente?) Public Enemy.

 

 

 

Capitolo 2

1990 – People’s Instinctive Travels 

 

Sin dai primi lavori degli ATCQ appare chiaro come la loro modalità espressiva rappresenti una rottura rispetto alle caratteristiche della precedente generazione hip hop.  La violenza e la rabbia si sono stemperate, l’ostentazione dei cattivi sentimenti viene abolita, il linguaggio musicale, nei ristretti ambiti consentiti dal genere (sostanzialmente attraverso la scelta dei campionamenti), diventa più consapevole e raffinato.  

Gli ATCQ, dapprima in modo più timido, poi con sempre maggior decisione, pescheranno le nuances che danno il timbro ai loro brani nel repertorio jazz e in quello soul più raffinato e periferico e faranno mostra di buoni sentimenti, in aperta contraddizione rispetto a personaggi come Public Enemy, non solo nei testi dei loro rap, ma anche nelle assennate dichiarazioni rilasciate alla stampa.

Esemplare, al riguardo, questa affermazione di Jarobi: “Non si può eliminare completamente l’egoismo, l’autoesaltazione dal rap, perché sono loro a rendere il rap ciò che è. Devi avere coraggio e personalità, ma ciò non vuol dire che questo debba essere la principale preoccupazione di un rapper. Dovrebbe essere l’auto-miglioramento, l’auto-insegnamento, cose del genere.” (7) 

E’ con questo spirito che il gruppo entra nei Calliope Studios per registrare, con la produzione degli eterni compari De La Soul, il primo disco, intitolato People’s Instinctive Travels.

L’album è trainato ad un buon successo dal singolo Can I Kick It, in assoluto uno dei loro brani più fortunati, che contiene un campionamento di Walk On The Wild Side, standard underground del loro illustre concittadino Lou Reed.  L’ecletticità delle fonti è sottolineata da altre citazioni: After Hour ha come intro un campionamento della Marsigliese; Youthful Express è articolata sulla base di Inner City Blues di Marvin Gaye.

La recensione di Rolling Stone è blandamente positiva: “Almeno fino a quando non decolla, già oltre la metà della seconda facciata, questo è uno degli album rap meno danzabili mai realizzati. Con o senza effetti sonori le piste musicali spesso si vanno ad aggiungere a quella sorta di pseudo-jazz funkeggiante da tempesta sopita a cui ci si può aspettare che indulgano i giovani rampanti afrocentrici quando stappano la loro bottiglia di ameretto (sic!) e si scambiano effusioni davanti al loro caminetto a gas: abbondanza di dolci e serici sassofoni. Peraltro, visto che la sequenza di brani di People’s Instinctive Travels non si può certo definire musica per andare a dormire, è impossibile prevedere che uso farà la gente di questa musica. Può essere che gli A Tribe Called Quest abbiano centrato il perfetto formato da inizio anni ‘90 per le radio delle università medie: Rap Contemporaneo per Adulti Nutrientemente Eclettico”. (1)

Ben più entusiasta Paolo Ferrari su Velvet, che dopo aver affermato in apertura della sua recensione che il disco è “ammirevole per il buon gusto che lo contraddistingue dalla prima all’ultima battuta”, scrive: “Diabolici nel sampling senza frontiere, valga per tutti il passaggio dal sitar di Bonita Applebum al Lou Reed di Can I Kick It, i Quest partono da scuse quasi banali per snodare autentiche partite di domino dai coloratissimi tasselli, tra le disincantate voci dei rappers Q-Tip, Phibe e Jarobi e le abbaglianti idee che pervadono l’agire del dj Ali Shaheed, supervisionato dal maestro Red Alert.” (2)

Tiepida la recensione di Alberto Campo su Rockstar: “…ne abbiamo ricavato una piccola delusione. People’s è un debutto più che accettabile, coerentemente allineato alla filosofia freak del fenomeno a cui la tribù appartiene, ma difetta proprio del requisito principale che detto stile dovrebbe sottintendere: l’inventiva. De La Clone verrebbe voglia di chiamarli giocando con le parole, tali e tante sono le analogie con i loro più illustri colleghi. (…) Jazz, soul e reggae sono gli argomenti preferiti dalla tribù, cosicchè lo svolgimento del disco è assai scorrevole e garbato, al punto che non sbaglieremmo di molto definendoli “gli Steely Dan del rap”. Alla prossima, sperando li soccorra in futuro qualche idea brillante.” Voto 7 (3)

Altro iscritto al club degli entusiasti è Pietro D’Ottavio che, sul Ciao 2001, non esita a definire l’album come “fondamentale” e scrive “il clima di questo loro album d’esordio è surreale, sognante, onirico” (4).

Elio Bussolino, dalle colonne di Rockerilla, ne sottolinea la natura di trait-d’union tra De La Soul e Jungle Brothers: “Questo esordio dal logorroico titolo si colloca giusto a metà strada fra le fantasmagoriche stravaganze di “3 Feet High And Rising” e le eleganti ed impegnative ricerche di “Done By The Forces Of The Nature”, avvicinandosi ora al primo per la scanzonata leggerezza di brani come “Push It Along”, “I Left My Wallet In San Segundo” e “Bonita Applebum”, ora al secondo per certi ammiccamenti al jazz di titoli come “Youthful Expression””. (5) Sulla stessa rivista qualche mese dopo, nell’introduzione ad un’intervista, Guido Chiesa definisce People’s Instinctive Travels “uno degli album più intelligenti dell’anno, un divertente e furbo manuale di emergente sensibilità afro-americana, ma anche uno splendido esempio delle mille possibili vie che il rap del futuro prossimo potrà imboccare” (7)

Nel complesso, un esordio con più luci che ombre e, soprattutto, l’assunzione di un ruolo guida per l’innovazione del genere hip hop, del quale Q-Tip è perfettamente consapevole, tanto da dichiarare: “Abbiamo sicuramente influenzato gruppi dell’East Coast come i Black Shepp e i Leaders of the New School, e questa è una cosa che fa piacere. Però non è tanto importante aprire una strada e poi cambiare direzione. E’ importante come si continua a stare su quella strada.” (6)

 

Capitolo 3

1991 – The Low End Theory

 

Prima di pubblicare il secondo disco, nel 1991, gli ATCQ in diverse occasioni collaborano con altri artisti: le più notevoli sono le apparizioni di Q-Tip in Groove Is In The Heart dei Deee-Lite e in Give Peace A Chance a fianco di Sean Lennon e Lenny Kravitz.  Da segnalare anche la loro esibiziomne nel MTV Unplugged.

The Low End Theory è un album meno ammiccante rispetto al disco d’esordio, e tuttavia, a conferma del gradimento del pubblico per una proposta più matura, diventa disco d’oro, superando abbondantemente le vendite di People’s Instinctive Travels.  Il singolo che ne viene estratto, Scenario, certamente meno immediato rispetto a Can I Kick It, si ferma al no. 57 della classifica USA.

Nella sua recensione Alberto Campo continua a coltivare le perplessità che avevano accompagnato la sua accoglienza al primo disco: “Il trio newyorchese ha concepito questa volta un disco assai più composto nello stile, maturo verrebbe voglia di dire. Le cose sono state fatte per bene, selezionando grooves jazzistici appropriati, rinforzando i beats col campionamento di vere cadenze di batteria e sinuose frasi di contrabbasso. (…) Il fatto è che, ascoltando The Low End Theory se ne ammira l’idea, ma non se ne gusta l’azione. (…) Tanto concentrato sulle proprie argomentazioni da concedersi poco sul piano della comunicativa spicciola, The Low End Theory è un disco un po’… noioso.” (8)

Tutt’altro tono ha la recensione di Paolo Ferrari su Velvet: “The Low End Theory è serio, lineare, inquietante, intriso di jazz suonato, campionato o mentale, e denso di un groove impressionante per qualità e continuità. (…) The Low End Theory è un disco magnifico per suono e coraggio. Rivendica il diritto del rap a essere apprezzato anche quando non ha lo scopo immediato di divertire i bianchi.” (9)

Il mio giudizio è viziato dalla già denunciata scarsa simpatia per il genere: condivido l’idea che, al fondo, domini una certa sensazione di noia e ripetitività.  L’interesse dato dalla ricerca del campionamento si esaurisce presto e gli unici brani che si elevano sopra la media sono proprio quelli in cui i campionamenti, in genere molto ben scelti, escono dal ruolo di mero contrappunto per impregnare l’atmosfera del pezzo: penso, in particolare, a Excursions, Butter, Vibes And Stuff, Jazz e What? 

 

Capitolo 4

1992 / 1993 – Midnight Marauders

 

Il 1992 per l’attività del gruppo è un anno sabbatico che Q-Tip mette a frutto dedicandosi al cinema; il suo volto simpaticamente accattivante, gli guadagna una piccola parte in Poetic Justice, diretto da Richard Singleton, con Janet Jackson e Tupac Shakur.  Il film, che uscirà nel 1993, non avrà grande successo, ma per Q-Tip è l’avvio di una carriera che si dimostrerà non meno feconda di quella musicale.

Intorno alla fine dell’anno esce comunque uno strano disco chiamato “Revised Quest For The Seasoned Traveller”, di fatto un precoce tributo alla band da parte di altri artisti della scena rap americana che remixano brani dei primi due album dei Quest: un curioso caso di campionamento di un campionamento…. Tra gli altri compaiono i Boilerhouse che si dedicano a Can I Kick It, CJ Macintosh che riedita Bonita Applebum e Norman Cook che reinterpreta in chiave reggae I Left My Wallet In El Segundo.

Le registrazioni del terzo album vengono effettuate nei Battery Studios di Manhattan, verosimilmente senza troppa pressione, se è vero che durante la lavorazione del disco, che si intitolerà Midnight Marauders, trovano il tempo di contribuire all’album 3-D Lifestyles di Greg Osby.  Le indiscrezioni che provengono dagli studios rivelano che i Quest hanno spostato il peso della loro bilancia artistica verso il cd. “freestyling” (che Tom Sinclair dice che “sta agli artisti rap come l’improvvisazione sta ai musicisti jazz”) (11) e a rafforzare tale assunto si cita il fatto che Q-Tip abbia invitato un teen-ager suo vicino di casa ed ammiratore a partecipare ad un brano.

E in effetti lo stesso Q-Tip ammette di considerare l’immediatezza una loro cifra genetica prima ancora che stilistica: “Quando siamo in strada, a casa o su un autobus cazzeggiamo come folli, quindi, una volta in studio o nel mezzo di uno show ci scordiamo completamente delle cose che avevamo discusso. Siamo troppo spontanei. Al momento l’unica cosa che vorrei veramente è uno studio portatile sempre a tracolla.” (6) Certo è che anche nella preparazione di questo disco i Quest confermano la loro paziente e sorprendente capacità di ricerca filologica negli archivi della musica soul e jazz (e non solo) per estrarre i campionamenti che tanto peso hanno nella creazione delle loro atmosfere; in un’intervista Alì ricorderà che usavano fare le ore piccole ascoltando vecchi dischi alla ricerca del suono ideale da campionare: “potremmo campionare qualsiasi cosa, da Coltrane ad Art Farmer ai Led Zeppelin” (11)

Quando a novembre esce il disco la recensione di Rolling Stone, a firma Glenn Kenny, è men che tiepida; dopo aver rilevato con rammarico che i Tribe, che al loro esordio avevano puntato su di un rap più votato ai buoni sentimenti ed alle attitudini positive rispetto allo spirito machista e violento del gangsta rap allora imperante, avevano un po’ perso tale caratteristica, scrive: “Ma invece di risultare appassionati, i Tribe appaiono solo nervosi. La musica ha ancora momenti seducenti, ma nulla che si avvicini ai rivelatori stilemi jazz e al disteso cool dei loro lavori precedenti. Purtroppo, lo schizofrenico Midnight Marauders suggerisce che a questo punto la band potrebbe più propriamente farsi chiamare A Tribe Called Flounder (ndt. flounder è termine che indica il comportamento di chi annaspa alla ricerca di un equilibrio)” (voto ** - 12)

Di tutt’altro tenore il commento di Ian Mc Cann su Vox, il quale rovescia la prospettiva del collega: “a rischio di farmi sputare addosso per strada, devo dire che l’ultimo lp degli A Tribe Called Quest, The Low End Theory, non era questa gran vetta. (…) Midnight Marauders è il secondo album che A Tribe Called Quest avrebbero dovuto fare, ma non fecero – disinvolto, secco, pieno d’anima, funky, divertente, stupido, intelligente, fumoso, jazzato e sottile.  Nessun gruppo rap è mai riuscito a chill out tanto rapidamente quanto i Tribe, e se la pietra di paragone diventa Midnight Marauders, nessuno ci riuscirà. (…) Da Steve Biko, attraverso gli interludi parlati dolcemente folli di una voce femminile robotizzata, la pungente Sucka Nigga e il singolo Award Tour, fino alla conclusiva Lyrics To Go, raramente mettono il piede in fallo. Il ritmo si fa progressivamente più pigro, il che costituisce un segnale certo dello scioglimento della tensione del loro ultimo lavoro. In breve, un trionfo in scioltezza.” (voto 8) (13)

A riprova del fatto che la critica musicale non è una scienza esatta, uno dei migliori critici italiani, Alberto Campo, è di tutt’altra idea. Lui vede continuità tra The Low End Theory ed il nuovo disco: “Manca l’effetto sorpresa della volta scorsa, benchè il risultato sia comunque di buon livello. Il problema è semmai l’ordine (…): come sopravvivere artisticamente e commercialmente in un ambito soggetto a continui e inopinati rivolgimenti strutturali, nello stile e nei personaggi, qual è quello del rap; come amministrare, cioè, la propria maturità. L’impressione è che non sia sufficiente congegnare musiche eleganti, compassate e compiaciute, così come sono quelle incluse in Midnight Marauders, per rendere visibile la propria presenza, tanto più se anziché l’arma dell’aggressività si usa quella dell’ironia.” (14)

Positiva anche la recensione di Fanutti su Rockerilla, che dopo aver saccheggiato a piene mani un articolo di Sinclair su Rolling Stone (11), scrive: “Midnight Marauders progredisce ulteriormente su questa strada libera da preconcetti e costrizioni, certo confortato dalla miriade di echi e rimandi di creatività spumeggiante che la scuola hip-hop ha lanciato e sta lanciando in questi ultimi tempi” e poi, più utilmente, si dedica alla ricerca dei campionamenti: “Chicche come Aquarius nella versione di Cal Tjader a sottolineare la presentazione dell’album, oppure We Gettin’ dall’unico album di Weldon Irvine (Cosmic Vortex, 1974, in Award Tour) o ancora Inside My Love di Minnie Ripperton (contenuta in Lyrics To Go); ma anche pezzi da novanta come Hand Clapping Song dei Meters (nella superatomica Clap Your Hands), Who’s Gonna Take Weight eseguita da Kool & The Gang (nella contagiosa Oh My God) e Feel Like Makin’ Love suonata da Roy Ayers (in Keep It Rollin’)” (15)

Molto positiva la recensione di Nathan Brackett su Musician: “L’approccio dei Tribe Called Quest alla sezione ritmica è ingannevolmente semplice. Midnight Marauders inizia con una voce femminile computerizzata che avverte l’ascoltatore che tutte le canzoni dell’album vanno al ritmo di 95 battute al minuto. (…) E’ notevole che la singolarità ritmica del complesso non susciti mai noia. I temi vari e sofisticati di Marauders catturano l’attenzione anche quando la ritmica vi culla facendovi ciondolare la testa. (…) I Quest hanno lasciato che il loro groove facesse il proprio corso, un altro album così sarebbe eccessivo. Ma ciò che è eccitante è che i Quest hanno i numeri per portare le proprie idee ad un altro livello.  Aspettatevi il massimo dai progetti futuri e intanto godetevi questo disco.” (16)

 

Negativo invece il giudizio di Stefano Mongardini per il Mucchio: “Con Midnight Marauders il suono di Davis, Muhammad e Taylor torna ad essere più articolato ma a mio avviso tale cambiamento non corrisponde ad un’evoluzione in quanto affonda nel pantano dei luoghi comuni del genere, soprattutto per quanto riguarda le parti vocali che spesso giocano a quel ‘call and response’ che nell’album precedente i Quest avevano in parte abbandonato. Dal punto di vista musicale invece il trio continua l’esplorazione nei territori jazz con particolare attenzione, in questo loro terzo lavoro, per un’impronta ipnotica dell’apparato sonoro ed una scelta dei campionamenti che tende a sottolineare questo aspetto. (…) Rispetto ad un capolavoro dell’hip-hop minimale quale The Low End Theory, Midnight Marauders è sicuramente di una spanna inferiore.” (17)

Personalmente, ho trovato una sostanziale continuità, nella normale evoluzione artistica, tra questo disco e quello precedente.  La trovata della voce femminile finto-robotizzata che cuce alcuni episodi del disco è piacevole, anche se non nuovissima (la aveva già usata, ad esempio, Frank Zappa su Joe’s Garage), e ancora una volta la generale monotonia del genere viene, di tanto in tanto, riscattata da qualche atmosfera (perlopiù campionata) di stampo jazz o soul.  Per il vostro I-Pod selezionerei Steve Biko, Midnight, Electric Relaxation, Keep It Rollin’ e The Chase part 2.

 

Capitolo 5

1994 / 1996 – Beats Rhymes And Life

 

Nel 1994 partecipano al Lollapalooza Tour, confrontandosi con un’audience non solamente nera e più ampia rispetto a quella cui si rivolgono solitamente i gruppi hip-hop; durante il tour, nella tappa di Detroit, conoscono un certo Jay Dee, con il quale Alì e Q-Tip costituiscono una società di produzione denominata Ummah (sarebbe una contrazione di Community of Brotherhood, comunità della fratellanza).

Inoltre Q-Tip e Alì fanno i consulenti A&R rispettivamente per la Motown e per la Qwest di Quincy Jones, mentre Phife si trasferisce a vivere ad Atlanta; con queste distrazioni, non stupisce che debbano passare tre anni prima che un lavoro dei Quest ritorni nei negozi.

Durante la lavorazione di Beats, Rhymes And Life, nel 1996, i Quest vengono intervistati da Rolling Stone. Q-Tip definisce il disco “allo stato grezzo, minimalista, il ritmo è un po’ più pesante” e Alì aggiunge “tutto è troppo tecnico ora, troppo lavorato; abbiamo campionato di meno su questo disco. Niente di stravagante o troppo remoto”, ma la intervistatrice chiosa “non troppo remoto? Una delle poche canzoni campionate è di un gruppo pop della metà degli anni sessanta chiamato The Cyrkle” (18)

Voci insistenti parlano di scricchiolii nella coesione del gruppo. Secondo la Jamison, tuttavia, il rapporto tra i membri della band è profondo (18). Sia come sia, del gruppo entra a far parte il già citato Jay Dee (che successivamente proseguirà la sua carriera musicale con il nome Jay Dilla negli Slum Village).

Secondo i Quest, Beats, Rhymes and Life è il loro disco più socialmente consapevole: “Siamo sempre stati vecchi saggi, sappiamo spazzare via quell’espressione da bullo dalla faccia di chi ci ascolta con la musica.  Tutto sta nel divertirsi, la musica dovrebbe essere capace di portarti via per un po’, e noi non vogliamo portarti al Terrordome.” (18)

Il disco viene recensito positivamente da Moriconi sul Mucchio: “Crew seminale e imitata sin dagli esordi (…) sforna Beats Rhymes And Life, quarto album equilibrato e senza sbavature, che non alza la voce bensì il tiro di una proposta tra le migliori del genere. La tribù pacifista incarna al proprio interno il dialogo tra musulmani e laici neri. Non divisioni tra nazioni o spari da gangsta rappers, ma flusso sonoro per il progresso e il divertimento. Il trio ha classe da vendere, tessiture inconfondibili, voci e ritmi ben miscelati dalla produzione di The Ummah.” (19)

E, in effetti, il successo commerciale arride al nuovo lavoro, che raggiunge la vetta delle classifiche nelle categorie pop e r&b; e tuttavia, come spesso accade, segna anche l’inizio della parabola discendente; in un mondo, come quello hip hop, soggetto ad una velocissima frequenza di ricambio, i Quest stanno diventando vecchi. Già battono alle porte del (loro) successo nuove proposte, come quelle dei rappers che si rifanno al Wu Tang Clan, strano movimento che mescola cultura nera e arti marziali.

 

Capitolo 6

1997 / 1998 – The Love Movement – Scioglimento

 

 

L’ultimo lavoro dei Quest è datato 1998, si intitola The Love Movement ed è come se, almeno per la stampa internazionale, il gruppo fosse stato inghiottito da un buco nero: non ne parla nessuno. Questo non significa che il pubblico lo ignori, tanto che il disco scala le classifiche pop e r&b sino ad un lusinghiero terzo posto, ma ormai qualcosa si è rotto: al termine del tour seguente alla pubblicazione di The Love Movement i Quest annunciano il loro scioglimento.

Restano nella storia del genere senz’altro, come innovatori, come ha sottolineato Elio Bussolino parlando di loro, De La Soul e Jungle Brothers, “tutti gruppi che nel giro di un paio d’anni hanno versato nel grande calderone dell’hip-hop una quantità ed una varietà tale di nuovi ingredienti da costringere anche i più ghiotti consumatori di rap a modificare / allargare metabolismo e gusti.” (5).

Nella storia della musica pop in generale, come ho accennato all’inizio, entrano più per meriti sociali che per brillantezza artistica: sono stati sicuramente importanti nel contribuire allo sviluppo della coscienza afro-americana all’interno del calderone culturale americano, e lo hanno fatto con lucida consapevolezza, come testimonia questa dichiarazione di Alì: “L’afrocentrismo si propone di rendere la gente consapevole del proprio retaggio africano. Gli italiani sanno da dove vengono, così come i portoricani, i coreani, gli irlandesi. Quello che noi diciamo è: siate consapevoli di essere africani e conoscete la vostra storia.” (6)

 

Capitolo 7

Antologie e Postumi

 

 

Nel 2003 esce l’antologia Hits, Rarities And Remixes, contenente anche due inediti. Nella sua positiva recensione Pat Blashill su Rolling Stone scrive che il disco pone la questione se i Tribe Called Quest siano stati i più grandi jazz rappers di tutti i tempi. Domanda a cui non risponde se non indirettamente, affermando che “i Tribe hanno fatto più che fondere l’hip-hop con il jazz: nel modo in cui le loro voci si intrecciavano con la base ritmica e avvolgevano le loro isole deeply chilled di jeep funk, il loro hip-hop era già, in sé, un genere di jazz.” (20)

Nel 2006 si sono riuniti per una serie di concerti sold-out in Messico, Canada e USA, nel corso dei quali sono apparsi come gruppo di punta al Bumbershoot Festival di Seattle.  Anche nel 2008 hanno partecipato al tour Rock The Bells insieme ai Nas, De La Soul, Pharcyde e Mos Def.  Per ora questo attivismo concertistico non è sfociato in alcun nuovo lavoro discografico, ma non è detto che la storia della Tribù Chiamata Ricerca sia ancora finita.

 

 

Roberto Cappelli

BIBLIOGRAFIA:

(1) Recensione di People’s Instinctive Travels di Chuck Eddy su Rolling Stone no. 576 del 19 aprile 1990.

(2) Recensione di People’s Instinctive Travels di Paolo Ferrari su Velvet no. 20 del maggio 1990.

(3) Recensione di People’s Instinctive Travels di Alberto Campo su Rockstar no. 117 del giugno 1990.

(4) Recensione di People’s Instinctive Travels di Pietro D’Ottavio su Ciao 2001 no. 26 del 3 luglio 1990.

(5) Recensione di People’s Instinctive Travels di Elio Bussolino su Rockerilla no. 119 del luglio 1990.

(6) Intervista di Johnny Dee su Ciao 2001 no. 42 del 23 ottobre 1990.

(7) Cercando, cercando, intervista di Guido Chiesa su Rockerilla no. 124 del dicembre 1990.

(8 )Recensione di The Low End Theory di Alberto Campo su Rockerilla no. 135 del novembre 1991.

(9) Recensione di The Low End Theory di Paolo Ferrari su Velvet no. 11 del novembre 1991.

(10) Recensione di Revised Quest For The Seasoned Traveller di Michael Odell su Vox no. 27 del dicembre 1992.

(11) In the studio di Tom Sinclair su Rolling Stone (USA) no. 660 del 8 luglio 1993.

(12) Recensione di Midnight Marauders di Glenn Kenny su Rolling Stone (USA) no. 670 del 25 novembre 1993.

(13) Recensione di Midnight Marauders di Ian Mc Cann su Vox no. 39 del dicembre 1993.

(14) Recensione di Midnight Marauders di Alberto Campo su Fare Musica no. 151 del dicembre 1993.

(15) Recensione di Midnight Marauders di Fernando Fanutti su Rockerilla no. 161 del gennaio 1994.

(16) Recensione di Midnight Marauders di Nathan Brackett su Musician no. 183 del gennaio 1994.

(17) Recensione di Midnight Marauders di Stefano Mongardini su Mucchio Selvaggio no. 194 del marzo 1994.

(18) Raw and chunky, A Tribe Called Quest go minimalist di Laura Jamison su Rolling Stone (USA) no. 732 del 18 aprile 1996.

(19) Recensione di Beats, Rhymes And Life di Claudio Moriconi su Mucchio Selvaggio no. 227 del 15 ottobre 1996.

(20) Recensione di Hits, Rarities And Remixes di Pat Blashill su Rolling Stone (USA) no. 926 del 10 luglio 2003.

(21) Voce “A Tribe Called Quest” da Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/A_Tribe_Called_Quest

(22) Sito A Tribe Called Quest, http://atribecalledquest.com/home/

(23) Profilo A Tribe Called Quest su My Space, http://www.myspace.com/atribecalledquest

(24) Voce A Tribe Called Quest da Rolling Stone.comhttp://www.rollingstone.com/artists/atribecalledquest/biography

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